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Nucleare: un problema di democrazia
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Sabato 02 Gennaio 2010
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Un mio vecchio amico Umberto Minopoli, sul Riformista del 24 dicembre 2009, ha pubblicato un articolo che prendendo spunto dalle dichiarazioni di Bersani a "Porta a Porta" sul nucleare in Italia, eloquienzia con molto garbo sui motivi che lo inducono a non condividere quelle parole (per coloro che hanno Facebook questo è il LINK).

Pur riconoscendogli un apprezzabile livello informativo sul tema, il suo ragionamento però, pecca su due aspetti essenziali:

  1. il motivo per cui in Italia il nucleare è stato bandito;
  2. l'idea che il mercato sia capace di regolare tutto.
Sul primo aspetto: credo che a distanza di 23 anni dal referendum non ci si possa esimere dal ritenere che esso, e il suo risultato, furono il frutto di una battaglia politica che attraversò in modo trasversale tutti gli orientamenti politici di allora.

Non ho mai creduto che il caso Chernobil sia stato il fondamento della vittoria del "SI", ma solo una sana fonte di riflessione.

In quei mesi le discussioni furono infinite, ed allora non c'erano gli SMS, Facebook e i Social Network a fare da cassa di risonanza o da veicolatore di posizioni.

Il confronto, allora, era diretto: persona per persona.

Perciò se di democrazia si vuol discettare, non si può negare che un ritorno al nucleare non può o deve essere deciso nelle buie stanze del Potere o nei salotti televisivi, ma tornado a consultare il popolo italiano.

Sul secondo aspetto: innegabile che chi decide di investire vuole un ritorno di utile economico; ma oggi è ancora proprio così?.

Mi spiego meglio, è notorio che superate certe soglie economiche non si trova più il Sig. Rossi o il Commendator Brambilla che spende di tasca propria per "realizzare" qualcosa di innovativo.

Altri sono i "competitors", ed altri i ragionamenti.

Come abbiamo potuto ammirare dal crack Parmalat, Cirio e delle maggiori banche di finanziamento (sic!) internazionali, il capitale in movimento in questo tipo di interventi è diffuso su milioni di inconsapevoli piccoli risparmiatori che nel mondo si preoccupano di capitalizzare i loro risparmi per contrastarne la naturale erosione del valore nel tempo.

Il mercato, quindi, è oggi un avulso sistema di contenitori (legali e illegali), su cui ne fa da padrone "la commissione", quell'elemento di disvalore dell'operazione in se stessa finalizzata solo all'acquisizione immediata di utile netto, tralasciando al tempo il compito di dialogo con i risparmiatori sul vantaggio o meno dell'investimento del loro risparmio.

Fino al punto che i Governi debbano poi intervenire per stabilizzare le crisi di "mercato", con iniezioni di capitali pubblici "a fondo perduto".

Cancellare il risultato del referendum ed incentivare investimenti privati per ridurre i costi della dipendenza energetica non può, a mio parere, essere considerata una semplice operazione di modernizzazione ma piuttosto la definizione certa e condivisa (in questo caso dalla gente), di un percorso di cui lo stato si faccia davvero garante nei confronti del Paese.

In finale, mi risulta che in Italia operino aziende multinazionali che impiantano centri fotovoltaici (con i benefici che il nostro Stato stà promuovendo), che produrranno energia che rivenderanno agli utenti cittadini italiani.

E' allora mi domando: e mai possibile che il sole delle nostre terre debba essere fonte di business per gli altri?. Anche questa è innovazione!.

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