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Con le mani incrociate dietro la schiena e il cappuccio calato in testa, Fra Anselmo sgranava il rosario camminando su e giù per il maestoso giardino del monastero. Gli occhi socchiusi, il passo lento e misurato, la schiena a seguire il profilo del capo ricurvo con il mento poggiato sul petto. Non aveva bisogno di guardare dove andavano i piedi, l’avrebbe potuto attraversare in lungo e largo senza l’esigenza di una torcia o la luce della luna. Gli bastavano gli effluvi dei limoni, delle arance, delle mele o quelli delle verdure e delle erbe aromatiche dell’orto, per sapere dov’era esattamente. Fra Anselmo pregava e rimuginava.

Aveva da poco compiuto vent’anni e viveva nel monastero da quando ancora andava carponi. Un frate del Monastero, di ritorno da un pellegrinaggio, aveva trovato nelle campagne il corpo straziato di una donna, forse la madre, e in una stalla abbandonata nelle vicinanze, nascosto in una mangiatoia, come il bambin Gesù, lui. Le ricerche sulla sua identità furono vane e i frati decisero di tenerlo con loro.

Quella mattina il Priore l’aveva convocato per comunicargli che era giunta l’ora di rendersi utile al Signore. Quando udì l’ordine, il giovane frate restò immobile sulla sedia senza alzare il capo, ma un leggero fremito delle mani rivelò al Priore il suo stupore. Gli sembrava un rimprovero che non meritava. Non si era mai sottratto a nessun dovere o fatica. Non aveva mai indietreggiato di fronte alle sventure che si erano abbattute sul monastero: calamità dal cielo, dagli uomini o dalla malasorte. Aveva svolto con operosità ogni lavoro umile e sacrificante e si era sempre distinto nell’impegno sullo studio delle sacre scritture.

Quando comprese che doveva andare nella capitale del Regno, per raccogliere elemosine tra le famiglie nobili, si inginocchiò ai piedi del superiore implorandolo di dispensarlo. Disse che non era mai stato nel mondo dei peccatori e aveva paura di incontrarvi il diavolo. Il Priore gli poggiò una mano sul capo confermandogli che il suo timore era più che fondato, aggiungendo però, che solo affrontando il male che alberga tra gli ignavi, sarebbe divenuto davvero un servo di Dio.

La campanella che indicava l’ora vespertina interruppe i suoi pensieri, baciò il crocifisso del rosario, lo ripose in tasca e si avviò verso il refettorio. Per molto tempo non avrebbe passato un’altra sera con i suoi confratelli, e toccava a lui intonare la salmodia. Non doveva mostrare l’inquietudine che aveva nell’animo, per cui drizzò la schiena, allungò il passo e fece sicuro il suo ingresso tra i banchi dove sedevano gli altri frati.

La mattina seguente, dopo l’ora terza, fissò sulla punta di un bastone una sacca contenente il breviario, un secondo paio di sandali, del pane e della frutta essiccata. Salutò uno ad uno i confratelli e si allontanò dal monastero, accompagnato da un contadino che gli avrebbe indicato la strada per raggiungere Napoli. Dopo alcune ore la sua guida si fermò, gli allungò una pergamena con la mappa del percorso e gli disse che camminando di buona lena, sarebbe arrivato in città al calar della sera.

Fin da quando mise piede nella capitale, si rese conto che la sola incombenza che maggiormente gli riempiva le giornate, era quella di correre da una casa all’altra di gente che la povertà non l’aveva mai conosciuta, e di altri che affrancatisi, la volevano dimenticare nel più breve tempo possibile.

Con le sue massime e il colto linguaggio, era diventato molto apprezzato tra i nobili, anche se si accorse che per tutti restava la persona che doveva consigliarli al meglio, su quali azioni fare o evitare per ingraziarsi il Signore dei cieli. Tutti chiedevano, ma pochi volevano è spesso anche quei pochi, ci ripensavano. Si sentiva ripetere che la sua era una vita facile, perché non portava sulle spalle il peso del reame. Che per fare le elemosine, loro, dovevano lavorare sodo per guadagnare, amministrare e conservare. Sembrava che la maggiore colpa del frate, fosse quella di aver accettato la povertà, invece di una laboriosa opulenza.

Dopo alcuni mesi d’inutile travaglio, decise che doveva distaccarsi da quel mondo e si stabilì nel monastero di Santa Chiara, dov’era certo di poter dedicare molto più tempo alla preghiera e alla misericordia per i poveri.

Quando la sera si rinchiudeva nella sua stanza per pregare e meditare, ripensava alle ultime parole che aveva scambiato con il Priore, sulla paura di trovare il diavolo nascosto tra la gente. Ora che aveva visto e capito, si domandava cosa avrebbe potuto mai offrire il diavolo a quei poveri che l’anima l’avevano già dannata per nascitura condizione. La miseria e la povertà che albergava nella loro carne, nel loro spirito, nel loro futuro, non poteva essere una golosa preda per il maligno. Non vi avrebbe tratto alcun vantaggio nel prendere loro la vita, che sarebbe passata con semplicità, dall’inferno sulla terra a quello degli inferi. Altri erano i luoghi e le persone degne di attenzione del diavolo. È lui, che quei luoghi l’aveva visitati, e con quelle persone ci aveva parlato, s’era convinto che era inutile sperare di farli aderire, con schietta generosità, alla parola del Signore.

Una sera che Fra Anselmo si era appena coricato, sentì bussare con insistenza alla porta della sua cella e udì una voce che lo invitava a uscire per andare in parlatorio. La luce della luna piena rischiarava la piccola cella attraverso una piccola finestrella, e Fra Anselmo alzatosi velocemente, calzò i sandali e aprì la porta. Con grande sorpresa non vi trovò nessuno. Allungato il collo all’esterno, notò che la luce rischiarava anche il corridoio. Lo attraversò in quel chiarore che sembrava illuminargli il cammino, fino al parlatorio. Quando entrò, nella penombra di una candela, vide la figura di una giovane donna e di un frate che, avvertiti i suoi passi, si voltarono di scatto.

Per qualche istante tutti e tre rimasero a guardarsi in silenzio. Mi avete fatto chiamare fratello? Disse il frate, rompendo l’innaturale silenzio. L’anziano frate lo fissò alquanto sconcertato. No fratello, rispose. Allora vi prego di perdonarmi, disse lui indietreggiando di qualche passo, Devo essermi sbagliato, e salutando con il capo stava per voltarsi e uscire, quando il frate gli fece segno di fermarsi. Io non vi ho fatto chiamare fratello, disse con un tono imbarazzato, È il padrone di questa giovane che ha chiesto di voi.

Una carrozza li aspettava all’esterno del monastero e quando vi furono saliti, la giovane gli spiegò che il suo padrone qualche giorno prima, aveva avuto un malore. Quel pomeriggio un consulto medico aveva accertato che si trattava del cuore e, allargando le braccia, gli illustri professori avevano detto che non potevano fare nulla e che la sua vita era ormai nelle mani di Dio. Per questo motivo l’uomo aveva espressamente richiesto di lui.

Mentre la carrozza procedeva veloce per gli stretti vicoli, il frate notò le sagome di alcune persone ai bordi delle strade, che avvolti nei loro cenci, cercavano calore e riposo. Ripensò alla sua cella che, seppur piccola e spoglia, era certamente meglio di un giaciglio all’aperto. Quando giunse al capezzale dell’uomo, si aspettava di trovarvi un moribondo. Vide, invece, un vecchio, emaciato, ma con lo sguardo sveglio e attento. Non sembrava neppure che fosse malato.

L’uomo gli spiegò che aveva chiesto di lui, perché quando ebbe modo d’ascoltarlo dal Duca di Laviano, trovò impressionante l’appassionato possesso del verbo del Signore del frate. Quando Fra Anselmo gli disse che non aveva titoli per poterlo confessare, il vecchio sorrise e gli rispose che ancora non ne sentiva il bisogno, ma intendeva parlare con lui e raccontargli della sua vita, delle manchevolezze e le colpe di cui si era macchiato. Era certo che il Signore avrebbe gradito quel gesto di spontanea liberazione dai peccati, con un uomo tanto probo, quale lui si era dimostrato ai suoi occhi, piuttosto che una semplice confessione, resa al solo scopo di salvare l’anima in extremis. Fra Anselmo lo guardò a lungo. La vanità era una delle armi preferite dal demonio per corrompere l’animo umano e le parole del vecchio l’avevano allarmato. Nonostante ciò, allungò le mani verso quelle di lui, le strinse e gli disse: Noi siamo quello che Dio vuole, io lo servo e se vuole che vi ascolti, lo farò. Nessuno oltre lui può giudicare la vostra vita. Vi ascolterò e insieme lo pregheremo. Il vecchio strinse con maggiore forza le mani del frate, gli sorrise di nuovo e abbandonandosi sui cuscini lo congedo.

Il giorno successivo lo fece chiamare è cominciò a raccontargli di sé. Si chiamava Guglielmo Bacci ed era originario di Pisa. Era stato, negli anni della signoria di Pandolfo Petrucci, uno dei rappresentanti del popolo nel Pio Monte. Quando scoprirono il furto di oltre metà dell’ingente capitale del Monte, Petrucci gli consigliò di fuggire dalla città, onde evitargli la decapitazione in risposta ai tumulti del popolo, che pretendeva giustizia. Trovò riparo a Napoli e grazie alle sue fedeli amicizie a Pisa, riuscì a individuare i responsabili del furto. Pensò di riscattare il suo nome, chiedendo udienza alla Signoria e rivelargli la sua scoperta, ma Petrucci lo fece nuovamente consigliare di restare lontano da Pisa. Dal messaggero venne a conoscenza che gli ebrei, a cui era stato bandito di prestare denaro a usura, si erano giovati della chiusura del Monte, e avevano ripreso di nascosto i loro traffici. Da quella notizia Bacci intuì che Petrucci, personaggio assai controverso, dovendo loro i quarantamila ducati d’oro versati a Luigi XII, per averlo aiutato a tornare a Siena dall’esilio confinatogli dai Borgia; doveva aver deciso di contraccambiare la pace con la comunità di usurai, e non voleva, per nessuna ragione, rivangare nel passato. Di fronte all’incertezza sulla sua vita, Bacci si mise l’anima in pace e decise di stabilirsi definitivamente a Napoli.

Qualche giorno prima di morire, disse che era tempo di fargli una rivelazione, che non sarebbe dovuta mai uscire dalla sua bocca, temendo per la sorte della moglie e la figlia. Fra Anselmo con un segno del capo, promise che non avrebbe rivelato nulla e il vecchio, con una voce sempre più sofferente, gli spiegò come aveva fatto a diventare ricco.

Era stato facile, disse, gli era bastato avere pazienza e scaltrezza. La gente che si rivolgeva al Monte, alla scadenza del pegno difficilmente potevano recuperarlo e lui, d’accordo con la Signoria, lo vendeva sottobanco. Poiché al banco si rivolgevano anche nobili e ricchi commercianti, che impegnavano terre, gioielli e mercanzie, in pochi anni aveva raggranellato una considerevole fortuna.

Una settimana dopo, Fra Anselmo fece ritorno al monastero. Era rimasto al capezzale del malato giorno e notte, finché non ebbe esalato l’ultimo respiro. Portava con sé una sacca con trenta ducati d’oro, dono della moglie di Bacci. Ne consegnò dieci al priore del monastero di Santa Chiara e si ripromise, quanto prima, di portare il resto al suo. Durante la sua lunga permanenza in città, gli erano giunte l’eco di notizie assai tristi sul monastero e non vedeva l’ora di tornarvi con quel piccolo tesoro.

Qualche tempo dopo, in sella a un cavallo, donatogli da una dama che lo aveva preso a ben volere, arrivò in vista delle mura del monastero. Udì la campana del vespertino è accelerò l’andatura, ansioso di poter riabbracciare i suoi confratelli, prima dell’inizio delle preghiere. Trovò ad accoglierlo Fra Tommaso, il frate portinaio, che mentre lo teneva abbracciato si lamentò che le cose non andassero bene nella comunità. Il priore era molto ammalato e Fra Giacinto era fuggito con la figlia di un contadino, parte delle offerte e della dispensa generale. Fra Anselmo ritornò col pensiero alle lussuriose forme della ragazza, che ben conosceva, e si dispiacque per l’incauta decisione del confratello. Mostrò a Fra Tommaso la sacca con le monete d’oro e disse: Dio lo sapeva e non ci ha lasciati soli.

Tornato nella sua cella Fra Anselmo vuotò la sacca, spiegò un involto e ne guardò il contenuto. Nei giorni in cui era stato al suo capezzale, Bacci lo aveva erudito su tutti i segreti della professione di banchiere e fornito informazioni su tutti i banchi della penisola e la loro solidità. Qualche giorno prima di esalare l’ultimo respiro, aveva provveduto a far girare le cedole di una parte del suo tesoro al frate, dietro promessa di farne buon uso a favore dei poveri. Sospirando ripiegò l’involto e pensò che ora più che mai, aveva bisogno di un segno dal cielo che gli indicasse la via. Decise di sottomettersi al digiuno e al cilicio sperando di espiare con il sacrificio della carne e le preghiere, i segreti del vecchio che ora erano anche i suoi. Provava tanta amarezza perché aveva potuto solo ascoltarlo e pregare con lui, senza poter fare nessun’altra azione concreta che l’aiutasse a purificarsi.

Qualche settimana dopo sentì bussare e una voce, oltre la porta della sua cella, gli disse di recarsi al parlatorio. Si alzò con fatica dal giaciglio è uscì senza trovare nessuno. Ebbe uno sgomento nel rivivere quello che gli era già capitato nel monastero di Santa Chiara. Con apprensione si avviò verso il parlatorio, dove trovò il frate portinaio in compagnia di un giovane assai ben vestito. Non chiese se l’avessero chiamato, certo che sarebbe stato inutile farlo. Aveva avuto il segno che sperava.

Il giovane si presentò come Salvatore Paparo, promesso sposo della figlia del Bacci. La madre della ragazza lo pregava di fare ritorno a Napoli, per diventare la loro guida spirituale, e gli consegnò un piccolo sacchetto con altri ducati d’oro da destinare al Monastero, come oblazione dei loro peccati.

Il mattino seguente, una luce splendente accompagnò il frate e il giovane che tornavano verso Napoli. All’orizzonte il sole nascente si specchiava beato nel mare. La moltitudine di tetti che emergevano dalla pianura fin oltre le colline che circondavano la città, la facevano apparire simile a un enorme formicaio umano. Durante il viaggio il giovane, gli annunziò che anche il padre Aurelio voleva conoscerlo, perché aveva intrapreso un’iniziativa a favore dei poveri della città e voleva un suo parere. Fra Anselmo alzò gli occhi al cielo pronunciando sottovoce un Deo gratias. Era più che sicuro che Dio gli stava indicato la strada per il riscatto dell’anima del Bacci e il ristoro di tanti infelici.

Alcuni giorni dopo il suo ritorno a casa Bacci, Aurelio Paparo si recò in visita al frate, in compagnia di un altro gentiluomo di nome Nardo di Palma. I due lo misero al corrente che la definitiva cacciata degli ebrei dal regno, da parte del viceré don Pedro da Toledo, stava causando la rovina dei più poveri. Per contrastarla avevano fondato un Monte di Pietà, con lo scopo di riscattare i pegni in mano agli ebrei, senza richiedere interessi sul prestito ai pignorati. Finora non avevano dato peso alle voci dei nobili, che si dicevano contrari all’arricchimento degli ebrei espulsi, fintanto non si era aggiunta quella della curia che sosteneva che un pegno senza penitenza, avrebbe soddisfatto il corpo, ma non redenta l’anima. Per questa ragione avevano deciso di chiedere al frate di occuparsi dell’anima dei pignorati, attraverso un cammino spirituale, tacitando così ogni interesse a far naufragare il loro progetto.

Voi non lo sapete, esordì Fra Anselmo, che colse al volo la proposta, Ma la cosa che più rammaricava il povero Bacci, era, non essere riuscito a istituire anche nel Regno di Napoli, un Monte, come quello di Siena, affinché i poveri smettessero di essere usurati. Aiutarvi, perciò, sarebbe per me, raccogliere il desiderio del defunto e vantargli maggiore gloria verso Dio.

Le sue parole infiammarono l’animo dei due gentiluomini, che si dissero pronti a tutto pur di averlo al loro fianco. Quella stessa sera, incontrò il giovane Salvatore Paparo che, entusiasta della sua idea, si inginocchiò ai suoi piedi e gli disse che avrebbe messo la sua spada al suo servizio. Il frate replicò che contro le schiere dei diavoli un solo uomo era ben poca cosa, e, con una scenica da consumato attore, aggiunse: Per contrastare tanti nemici occorrerà un esercito. Come si aspettava Salvatore si levò in piedi e, battendosi un pugno sul cuore, disse: E io sarò il loro comandante! Lasciate che di questo mi occupi io.

Alcuni giorni dopo, Salvatore Paparo gli comunicò che aveva raccolto il consenso di altri cinquanta cavalieri, onorati di entrare al servizio della Guardia del Monte. Il frate lusingato da quel segno di affetto, lo benedisse come suo fratello carnale, che la vita non gli aveva mai donato.

Nei mesi seguenti Fra Anselmo mise a frutto gli insegnamenti del Bacci, fornendo preziosi consigli nell’organizzazione del Monte di Pietà.  In poco tempo era diventato un'altra persona, non più mite e votata al sacrificio, ma energica e intraprendente. Teneva testa a quelli che tentavano di contrastarlo, grazie alle sue guardie e a un seguito sempre più numeroso tra la povera gente. Riprese a frequentare in maniera più assidua le case dei potenti, con il pensiero non più rivolto alle loro anime, ma soprattutto ai loro portafogli. Ai ricchi elargiva la sua dotta cultura, ai poveri la salvezza materiale.

Come il Bacci era stato paziente e scaltro e cinque anni dopo, decise che era giunto il momento di fare il passo decisivo per trasformare il Monte in Banco. In questo modo avrebbe fatto pagare ai ricchi, l’aggio del denaro che prestava ai poveri. Per farlo aveva bisogno dei denari del Bacci, così insieme a Salvatore si recò a Forlì per prelevare dal locale Sacro Monte di Pietà, la somma necessaria alla nascita del futuro Banco.

Sulla strada del ritorno i due fecero sosta alla Basilica di San Francesco d’Assisi, dove il frate rimase a lungo in preghiera. Ormai aveva sempre più cose da farsi perdonare dal Cielo e decise di rivolgere la sua supplica d’intercessione, direttamente al suo padre spirituale. Era certo che, nonostante le innumerevoli trasgressioni nella condotta monacale, alla sua morte, il Santo lo avrebbe personalmente condotto davanti a Dio e spiegato tutto.

Quando fecero ritorno a Napoli ad attenderlo c’era anche il Viceré che, informato sulle sue intenzioni, intendeva apporre il sigillo reale all’iniziativa, nel timore che la trasformazione del Monte, ormai il più importante del Regno, sfuggisse al controllo della Corona. Quella che ai più apparve come un’intromissione, venne accolta dal frate con grande gioia. Ora poteva davvero governare il capitale del Regno, imponendo ai Banchi più riottosi l’indirizzo delle linee di credito differenziate per classi e non più per garanzie. Era stata l’ultima regola che gli aveva spiegato il Bacci prima di esalare l’ultimo respiro: Chi controlla il credito, gestisce il capitale e chi lo amministra, guida le sorti della gente.

Fino alla sua morte, Fra Anselmo era unanimemente indicato, come superbo esempio di laborioso servo di Dio. Salvatore Paparo morì qualche anno dopo di lui, tenendo fede all’ultima promessa fattagli: destinare quanto restava del lascito del Bacci, all’istituzione di una casa per i trovatelli e degli inconsapevoli figli della colpa del frate.

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