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Se mio padre e mio nonno avessero potuto assistere all’inaugurazione del museo archeologico nelle sale dell’aeroporto di Capodichino, gli avrei chiesto se avessero mai creduto possibile tutto questo, e mentre leggo gli articoli e guardo le foto pubblicate nelle news in rete, immagino le espressioni dei loro volti: accigliato e perplesso mio nonno, cavaliere del lavoro dopo cinquant’anni nell’aviazione civile; divertito e incuriosito mio padre, aperto a ogni novità.

Io, invece, alla notizia ho sorriso compiaciuto, ricordando quando, insieme a un gruppo di visionari, ci lanciammo anima e corpo nel progetto di costituzione del consorzio pubblico per la gestione dello scalo partenopeo.

Eravamo giovani, pieni di speranze per il futuro, sicuri che una gestione degli enti locali dell’aeroporto avrebbe permesso migliori condizioni di lavoro e uno sviluppo capace di attrarre persone e merci da e con l’Europa, i paesi del mediterraneo e oltre; svincolandoci dal miope bilancino statale sul potenziamento delle infrastrutture di trasporto aereo. Impiegammo cinque anni per porre le fondamenta a una rivoluzione, che si propagò inarrestabile in tutta la penisola.

A mio nonno, che non capiva perché non impegnassi le mie energie per la costruzione dell’aeroporto intercontinentale di lago Patria, e a mio padre, ormai disilluso anche sull’aeroporto internazionale di Grazzanise, non sono mai riuscito a spiegare in maniera efficace, che solo partendo dallo sviluppo di Capodichino, si sarebbe potuto mettere in cantiere la sua delocalizzazione, senza farla diventare l’ennesima cattedrale nel desertificato mezzogiorno.

Forse, oggi, vedendo i traguardi conseguiti da quell’intuizione, saprebbero apprezzare la bontà di quella estenuante battaglia fatta di piccoli passi, veloci rincorse, clamorose azioni, anche contro le minacce di chi era timoroso di perdere posizioni di privilegio e rendita acquisite senza merito.

Ammirare la crescita che quel germoglio, innestato quarant’anni prima, ha generato, m’infonde un orgoglio che poche altre persone possono comprendere interamente. Gente normale, i cosiddetti invisibili della storia, levatrici di un’idea affidata in fasce alla successiva generazione, con il compito di svezzarla e educarla nella crescita.

Certo, se l’idea non fosse stata capace di anticipare il futuro, sarebbe potuta morire d’inedia o essere immolata sull’altare delle compatibilità economiche del paese, tornando nel gioco del “do ut des” tra politici e imprenditori senza scrupoli. Per fortuna non è stato così, la sua energia è stata più forte di ogni tentativo di sopprimerla.

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