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Quando apristi il barattolo, ti accorgesti che sul bordo, sotto il segno della guarnizione c’era una piccola patina verdastra, che si prolungava lungo il vetro fino a raggiungere la superficie della marmellata.

L’avevo detto io che quel contenitore non mi convinceva, la chiusura non era perfetta e il risultato era prevedibile.

Afferrasti un coltello che era sul tavolo, e io pensai volessi asportarla. Invece, con la tua solita aria di sufficienza, dicesti che non sarebbe successo nulla, non avrebbe fatto in tempo a far andare completamente a male la marmellata, e qualora l’infezione si fosse allargata, si faceva sempre in tempo a recuperare la parte ancora buona, per farne il ripieno di una crostata.

Odiavo quelle tue risposte a posteriori di un evento prevedibilissimo, che poteva essere scongiurato semplicemente acquistando un contenitore nuovo.

Avrei potuto farlo anch’io, è vero, ma ero stufo di dover fare fronte ad ogni tua azione sbagliata, quando la cosa più sbagliata che mi potesse capitare fra i piedi sei stata proprio tu.

Quando ti chiedevo maggiore attenzione, mi rimproveravi, dicendo che ero un fissato, un megalomane pieno di disturbi ossessivi compulsivi.

Ora finalmente la smetterai di prendermi in giro e spero che sarai rammaricata per essere stata così superficiale. Peccato che non potrai riprovarci, visto che per fare la superdonna hai voluto spalmarti su una fetta di pane quella marmellata.

Quella patina verdastra l’avevo aggiunta io, di proposito. Era del fungicida rameico, volgarmente detto verderame, che avevo prelevato dal contenitore che mio zio tiene per l’orto di casa. Volevo solo dimostrarti cosa sarebbe accaduto, ma tu non mi hai mai ascoltato, e decisi di tacere.

Forse in quell’occasione avrei dovuto parlare e…, non aggiungere il verderame.

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