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Orazio Scannamela, sorbì un sorso del suo terzo caffè mattutino poggiando la tazza munita di coperchio, di fianco alla calcolatrice. Lo avrebbe gustato a piccoli sorsi fino alla pausa delle undici.

Si pulì gli occhiali, accese il monitor del computer, aprì la cassetta dei contanti e passandosi una mano tra i pochi capelli imbiancati che gli ricoprivano il capo, inspirò profondamente socchiudendo gli occhi. Come tutte le mattine il suono di un cicalino, che indicava l’avvio della porta girevole, glieli fece riaprire e vide la sala cominciare a riempirsi di persone che si incolonnavano per ritirare il ticket dal totem conta fila.

Tra meno di due mesi, quella routine si sarebbe interrotta definitivamente, era arrivato, anche per lui, il tempo del pensionamento. La sera prima il direttore gli aveva comunicato che a breve sarebbe stato affiancato da una “risorsa giovane”, aspettandosi piena collaborazione sul passaggio delle vitali informazioni, raccolte in tanti anni di sportello, dei “caratteri” dei loro clienti. Orazio aveva chinato il capo remissivo e, senza mostrare emozioni, aveva risposto semplicemente sì.

Mentre attendeva che trascorressero i dieci minuti che occorrevano al software per avviare la chiamata del primo cliente, spaziò con lo sguardo la sala dov’erano allineate ordinatamente alcune file di panche d’attesa, prese d’assalto dai possessori dell’agognato ticket. Allungò la mano abituata verso la tazzina, la scoprì del coperchio, sorseggiò alcune gocce di caffè, ancora caldo, ripose la tazzina e pensò che non avrebbe mai potuto trasferire, come un algido archivio, il bagaglio di vita di quella gente che, dopo venticinque anni di sportello, ormai conosceva anche intimamente attraverso le loro operazioni economiche e finanziarie.

Gli occhi e la testa delle persone non erano uguali e quello che a lui sembrava in un modo, poteva non esserlo per qualcun altro.

Il dottor Galvieri, per esempio, che, nonostante gli fosse stato spiegato milleeuna volta che l’estratto conto poteva ritirarlo comodamente dal bancomat, si presentava regolarmente tutti i lunedì e giovedì allo sportello e poi si dileguava con la sua nuova carta d’identità negli altri uffici, dispensando sorrisi e barzellette, cos’era? Uno sfacciato che pensava di fare colpo sulle giovani colleghe con i molti zero del suo conto, o più semplicemente un uomo avanti con gli anni a cui piaceva l’adulazione da facoltoso cliente.

Avrebbe saputo mai spiegare la sbadataggine della signorina Beltrami, che una volta aveva dimenticato la borsa nella toilette, un’altra il reggiseno che le dava fastidio, il cappotto, un ombrello, addirittura le scarpe sotto una sedia? Con il fatto che in quei momenti la sua testa era impegnata a fare di conto sulle sue disponibilità, prima di fare un altro versamento per la cura della figlia ammalata di leucemia?

E del signor Improta? Come avrebbe potuto salvaguardarlo dall’idea che fosse un avaro, solo perché s’informava sul cambio delle valute e le commissioni bancarie, arrivando a rimandare l’operazione? Avrebbe dovuto raccontare di quella figlia espatriata con un bebè dopo una violenza, che lui soccorreva come poteva, pur avendone altri due a casa e uno stipendio di cameriere?

Per non parlare della signorina Carolina a cui molto spesso capitava di incappare in banconote false che lui le restituiva senza ritiro e denuncia. Poteva caratterizzarla come una persona negligente o sprovveduta? O, più semplicemente, come una vittima di qualche approfittatore che gliele rifilava dopo una prestazione?

E di quanti altri avrebbe dovuto aggiungere confidenze, intuizioni, aiuti al limite, a volte anche oltre, l’illegalità procedurale bancaria?

La voce del software chiamò il numero A001. Orazio allungò la mano alla tazzina, la scoprì, si bagnò le labbra con il caffè, vi passò la lingua, sorrise e disse: «Buongiorno padre Alfredo, facciamo le solite operazioni?» E mentre l’altro gli allungò, senza parlare, due contabili, Orazio rifletté che anche il suo egotismo poteva annoverarsi tra le cose che non avrebbe mai potuto rivelare ad altri. Eseguì le operazioni, prese del denaro dalla cassetta, lo allungò al prete e lo salutò. Alla chiusura della cassa giornaliera, avrebbe recuperato i suoi duemila euro di provvigione per il trasferimento in un conto offshore delle offerte per la comunità di cui padre Alfredo era presidente.

Pigiò un pulsante e il software chiamò A002. Un uomo distinto e ben vestito si alzò prendendo una borsa da terra e si avvicinò alla cassa, Orazio si aggiustò gli occhiali, sorrise e disse: «Buongiorno avvocato, la sua cambiale l’ho messa da parte, se vuole la tengo in sospeso ancora tre giorni».

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