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Carlotta entrò nella concessionaria d’auto, accolta dal largo sorriso dell’addetto alle vendite.

L’uomo non la conosceva di persona, ma aveva visto le sue foto sui giornali sotto un titolo che per lui era tutto un programma: Muore la zia e si scopre ricca. Le si avvicinò sicuro che fintanto non le avesse firmato il miglior contratto di vendita dell’ultimo mese, non sarebbe mai uscita dall’autosalone.

La ragazza rispose cordialmente al sorriso e si guardò intorno per valutare su quale auto avrebbe dovuto cominciare a chiedere informazioni. Allungò il braccio e fece segno verso una di quelle esposte. L’uomo le aprì la portiera, la invitò ad accomodarsi al volante e disse che, per valutarla meglio, avrebbero fatto un giro di prova.

Tre ore e nove giri dopo, Carlotta firmò il contratto d’acquisto e, dopo aver posato la penna, come sempre, l’assalì il dubbio che non fosse proprio quello che, entrando, aveva desiderato acquistare.

Carlotta era un’eterna indecisa, succube delle decisioni altrui; lo era fin da bambina. Aveva iniziato con la mamma, prima che scomparisse prematuramente dalla sua vita. Aveva continuato con il padre, fino al giorno in cui si suicidò. Sperava si fosse concluso con l’accidentale morte della zia, che aveva creduto di poterle fare sia da madre che padre.

Invece, le sembrava che intorno a lei si aggirassero solo persone interessate, prima solo al suo corpo, ora solo al suo denaro. Non aveva incrociato nessuno che l’apprezzasse per quella che era e l’aiutasse, senza spingerla, a vivere come avrebbe desiderato.

Eppure, Carlotta sentiva di avere un temperamento forte e deciso, caparbio e tenace; ma non riusciva, nonostante tutti i suoi sforzi, a farlo emergere nelle relazioni interpersonali. Temeva che esprimere il suo punto di vista potesse essere sgradito, e si limitava fino ad annullarsi del tutto. Era stata anche da una psicoterapeuta che le aveva suggerito di lasciare la città e trasferirsi dove nessuno la conosceva; meglio se all’estero. In fondo, aggiunse, con il denaro che aveva ereditato, avrebbe potuto condurre una vita agiata, senza alcun bisogno di lavorare.

Era diventato questo il suo maggiore problema: l’eredità della zia. Fintanto era una stata una ragazza come tante, le persone sembravano stancarsi presto della sua remissività e allentavano i rapporti, fino a scomparire. Ora che era ricca: è tanto, le ronzavano intorno come mosche attratte dal miele sulla carta moschicida, e le si incollavano addosso sperando di succhiarne il più possibile, per poi volare via soddisfatte.

Era quello che le era successo nei due anni successivi alla fortuita scoperta dell’eredità. Tanti amici e spasimanti si erano materializzati dal nulla, tentando in ogni modo di alleggerirla del suo denaro.

Denaro inaspettato, ma giustamente guadagnato.

Quando decise di sbarazzarsi per sempre della zia, che le aveva reso la vita ancor più tormentata di quanto non lo fosse con la morte dei genitori, aveva rischiato molto. Era stata l’unica volta che la sua volontà le si era imposta in maniera ferma e incontrovertibile.

Per anni aveva subito silenziosamente i suoi rimbrotti sulla morte del padre, suo fratello, suicidatosi per la vergogna che la madre si fosse ammalata a causa delle sue “facili frequentazioni”; senza esimersi dal farlo anche in pubblico, mettendone finanche in dubbio la paternità.

Voleva farla finita con lei, ma essendo ancora minorenne, scappare di casa avrebbe significato finire in quale struttura protetta, con tutte le conseguenze negative. Decise, perciò, che la soluzione migliore sarebbe stata ucciderla.

Facile a dirsi, ma non lo stesso a farsi.

Avrebbe dovuto fare un omicidio perfetto e, da quello che aveva letto in rete, la cosa appariva alquanto difficile, se non proprio impossibile, grazie alle modernissime tecnologie a disposizione della polizia. Inoltre, morta la zia, rischiava comunque di essere affidata ai servizi sociali, essendo orfana e senza parenti prossimi.

Doveva attendere che avesse compiuto la maggiore età e, intanto, nei due anni che le mancavano, studiare come realizzare il suo proposito; a meno che l’ottuagenaria vecchia non fosse crepata prima per cause naturali.

Si immerse in intense letture di libri gialli, fece scorpacciate di serie televisive poliziesche, e approfondite ricerche su veleni e metodi atti a causare la morte senza lasciare tracce.

Quando compì il diciottesimo compleanno, si congratulò con sé stessa per essere stata capace di resistere tanto a lungo dall’uccidere l’odiata zia. Era diventato il suo chiodo fisso, e ora, era giunto il tempo per passare all’agognata esecuzione. D’altronde la fine naturale della vecchia sembrava assai lungi dall’avverarsi, arzilla e pimpante com’era, nonostante l’avanzata età.

Doveva solo scegliere tra i trecentoquarantadue metodi che aveva selezionato e appuntato in un quaderno con la copertina nera, che teneva nascosto in un gigantesco pupazzo di Minnie; regalatole da un simpatico signore con cui avevano fatto amicizia, quando la madre decise di portarla a Euro Disney.

Nei successivi mesi rilesse tutte le alternative, approfondendole sotto ogni punto di vista. Era diventata una vera esperta di omicidi perfetti, seppur virtuali. Passare all’azione avrebbe rappresentato la sua “prova d’arte”.

Spesso però la fortuna aiuta gli audaci, come scriveva Virgilio, e anche Carlotta venne baciata dalla dea bendata.

Una sera che tornò a casa, oltre l’orario stabilito, la vecchia megera, che sembrava essersi addormentata, spalancò la porta della sua camera e cominciò a inveirle contro, farfugliando e lanciando sputi. Quando si accorse che nella foga aveva dimenticato di mettere la dentiera, tornò in camera e rimessa la protesi, si precipitò a riprendere le sue invettive. Improvvisamente diventò rossa in viso, spalancò gli occhi e la bocca, si portò le mani al collo e cominciò a tossire nervosamente. Carlotta, seduta sul letto la guardò speranzosa. Forse, pensò, non ci sarà più bisogno di ucciderla. Invece, con un ultimo colpo di tosse, dalla bocca della vecchia, quasi fosse il fusto di un cannone, prese il volo un pezzo della dentiera, atterrando proprio sul letto accanto a Carlotta. La ragazza disgustata fece un saltò di lato, mentre la vecchia si accasciò su una sedia. Dopo il primo momento d’impasse, Carlotta non poté fare a meno di soccorrerla.

Quella notte dormì poco, la scena della vecchia, cianotica in viso, l’aveva eccitata. La possibilità del soffocamento con una dentiera non era contemplata nel suo quaderno e neppure aveva memoria di averne mai letto. Decise di fare una ricerca su internet e ne comprese la ragione. La forma di una protesi, sia essa superiore o inferiore, non era tale da consentire l’ostruzione completa della trachea e quindi della respirazione. I pochi casi registrati si erano risolti con molto spavento e senza gravi problemi. Nulla da fare, doveva tornare al suo originario progetto.

Qualche giorno dopo la zia decise di andare dall’odontoiatra, perché le sembrava che la dentiera non facesse più sufficiente presa sulle gengive. Carlotta si offrì di accompagnarla, curiosa di conoscere il parere del medico sull’accaduto. Durante la visita l’anziano medico rassicurò la zia che la dentiera funzionava a dovere, aggiunse però una raccomandazione che non passò inosservata a Carlotta. Le suggerì di fare uso di una soletta adesiva, per migliorarne la stabilità e non incorre più in situazioni pericolose.

Immediatamente una luce si accese nel cervello della ragazza, e quando tornarono a casa consultò i suoi appunti.

Una settimana dopo, di ritorno da uno stage di tre giorni, tenutosi presso l’Università di Siena, nell’aprire il portone del palazzo, udì una voce alle sue spalle. Era la signora Sambuca, inquilina del terzo piano, che le si avvicinò con aria preoccupata. Disse che, prima dell’ora di pranzo, aveva bussato ripetutamente alla porta di casa e nessuno le aveva risposto. Carlotta minimizzò dicendole che forse la zia era uscita per qualche commissione, e per tranquillizzarla, le chiese di accompagnarla.

Prima di inserire la chiave nella serratura, bussò al campanello alcune volte. Entrarono chiamando la zia, ma nessuno rispose. Alquanto preoccupata Carlotta prese a girare per le stanze, seguita come un’ombra dalla signora Sambuca. Entrarono nella camera da letto della zia, e la trovarono riversa a terra.

Non c’era più nulla da fare, il 118 redasse il certificato di soccorso e morte, da presentare al medico curante a cui spettava la certificazione finale di decesso.

Insieme alla polizia arrivò anche il medico curante che non andò oltre una veloce lettura del certificato e sottoscrisse, l’avvenuta morta per infarto, presumibilmente tra le sette e le otto di quella stessa mattina. La polizia dopo aver fatto un breve giro per la casa e raccolto la testimonianza di Carlotta e della signora Sambuca, fecero firmare alle due donne il verbale di sopralluogo con le dichiarazioni e le salutarono. La signora Sambuca e le altre vicine, che erano subito accorse alla notizia, si preoccuparono di chiamare le pompe funebri e di sostenere la ragazza che sembrava indubbiamente affranta.

Erano trascorsi oltre due mesi dalla morte della zia. Carlotta aveva trovato lavoro come commessa in un negozio d’abbigliamento e, al suo ritorno a casa, nella cassetta della posta vide la lettera di una banca, indirizzata alla zia. L’aprì e vi trovò un estratto conto trimestrale, da cui si evinceva un deposito totale di oltre un milione di euro.

La raccolsero svenuta a terra e quando si riprese, accanto al letto vide la signora Sambuca che le sorrideva. Ora non avrai più pensieri, le disse, quella santa donna di tua zia aveva pensato al tuo futuro.

Carlotta la guardò a lungo e si rivide, il giorno prima di partire per Siena, versare sulla soletta adesiva l’andropina che si era procurata attraverso internet. Erano rimaste solo tre solette, e una di quelle sarebbe stata letale per la zia. Non si aspettava quella sorpresa, anche perché la zia l’aveva minacciata spesso che, prima di morire, i suoi risparmi li avrebbe donati a qualche associazione del terzo mondo. D’altronde con la misera vita che facevano, cosa le importava se qualche centinaio di euro fossero andati a qualche disperato, più disperato di lei.

Carlotta sorrise, sembrando che approvasse le parole della signora Sambuca. Invece, era un riflesso di malcelato orgoglio. Aveva realizzato il suo omicidio perfetto; sotto tutte le angolazioni.

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