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Una sera d’agosto mi trovavo sulla passeggiata del lungomare con il mio amico Stripponzone. Non crediate sia un soprannome, si chiama proprio così. Aveva fatto fare delle ricerche per capire da dove derivasse il suo bizzarro cognome, e la scoperta lo sconvolse a tal punto da convincerlo a presentarsi come faceva James Bond: Salve, mi chiamo Stripponzone, Carlo Stripponzone.

Gli avevano certificato che il suo cognome discendeva da una gloriosa famiglia di Re Etruschi e così ne andava molto fiero. Fino a quando non gli capitò d’incontrare, proprio quella sera, il signor Zillòspero, anche lui assai fiero del suo cognome.

In quella serata estiva, la leggera brezza del mare sembrava rinfrescare l’aria. Così il lungomare era il luogo preferito da chi volesse fuggire dal calore del cemento cittadino.

Il signor Zillòspero era seduto a un tavolino di un bar e aveva tra le mani una primizia di stagione: una pigna d’uva.

La teneva saldamente per il gambo e ne staccava un chicco alla volta, uno per lui e uno per la ragazza che gli sedeva accanto; una sventola che non sarebbe passata inosservata neppure a un cieco.

Pensando di fare il sapientone, mentre passavamo accanto al tavolo, disse, indicandomi l’uva: guarda che bel catorzolo c’è qui.

L’uomo si voltò verso di lui e lo squadrò di brutto, pensando lo stesse offendendo. Lo fissò negli occhi e gli disse di ripetere quanto aveva appena detto; sempre che ne avesse avuto il coraggio.

Stripponzone a sua volta lo guardò fissamente, con uno cipiglio altrettanto duro e gli disse: Signore, non è colpa mia se non avete studiato abbastanza. Mi dispiace per la signorina, che è così bella e, credo, poco avveduta.

Zillòspero diventò rosso in viso, sembrava stesse per scoppiare, lasciò cadere la pigna d’uva nel piatto, si alzò in piedi, avvicinò l’indice verso il viso di Stripponzone, e con voce minacciosa, disse: Lei non sa chi sono io. Ringrazi che il mio cognome non mi permette di scendere al suo livello, altrimenti le avrei dato una sonora lezione d’educazione.

Intorno ai due litiganti si era formata la solita cerchia di curiosi. Cercai di frappormi tra i due, invitando Carlo a scusarsi e l’altro a soprassedere. Improvvisamente, tra feroci sguardi di collera, mi sentii compresso dalle pance dei due litiganti che mi usavano come cuscinetto per non giungere al corpo a corpo.

Signore, disse Stripponzone, evidentemente gasato per l’attenzione che si era formata intorno, è lei il fortunato, non io; se solo potessi fare ammenda al mio rango, la lezione l’avrebbe lei.

A quelle parole, si sentì una voce tra la folla: e come ti chiamerai mai, Toro seduto. Seguita da una fragorosa risata.

A quel punto la ragazza pensò fosse arrivato il momento d’intervenire e si alzò in piedi, provocando una serie di fischi di ammirazione che fecero arrabbiare ancora di più Zillòspero.

Anche io, che mi trovavo sempre compresso tra le pance dei due litiganti, non potei fare a meno di condividere i generosi fischi. Mi svincolai e avvicinatomi alla ragazza le chiesi di portare via l’uomo. Quando incontrai i suoi occhi, ebbi un sussulto nello stomaco e mi accorsi che anche lei stava avvertendo qualcosa di simile. Pensai non fosse il momento per approfondire e, trascinai il mio amico lontano dalla folla di curiosi, che in poco tempo si disperse.

Mentre raggiungevamo la nostra auto, il caso volle che incontrassimo di nuovo l’uomo e la ragazza. Tentai di far cambiare strada al mio amico che, invece, tirò dritto verso l’uomo. Quando furono a meno di un metro l’uno dall’altro, allungando una mano verso l’uomo, Carlo si presentò come suo solito: Stripponzone, Carlo Stripponzone.

L’altro allungò anche lui la mano e disse: Zillòspero, Enrico Zillòspero.

Improvvisamente i loro volti si distesero, sembravano aver trovato la pace. Ed era vero, la loro pace, era nell’aver incontrato un altro cognome fuori dal comune. E, quasi fossero due vecchi amici, cominciarono a parlare dandosi delle amichevoli pacche sulle spalle.

Io intanto, non volli perdere l’occasione e avvicinatomi alla ragazza mi presentai dicendo: io mi chiamo semplicemente Esposito; Gennaro Esposito. E lei sorridendomi, rispose: anch’io mi chiamo Esposito; Carmela Esposito.

E voltandoci verso gli ex litiganti ci allontanammo senza dare nell’occhio.

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