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«Avvocato ma davvero lei mi sta consigliando di fare causa al Comune?»

«Ebbene sì, signor Castaldo, se la risposta sarà ancora negativa non abbiamo altra via. D’altronde questo è il mio mestiere. Di più non saprei cosa consigliarle».

Uscii dallo studio alleggerito di cento euro e con un profondo scoramento. Mi ero rivolto a lui, dietro suggerimento di alcuni amici, nominati inutilmente, per un parere sulla legittimità del rifiuto, espresso dalla capo ufficio alle immigrazioni del Comune, per la mia richiesta di residenza, che: “secondo l’ultima circolare della prefettura, abbisognava di un documento legalmente riconosciuto di legittimazione dell’alloggio”.

Quanto ero riuscito a incontrarla, sullo scranno del suo potere, mi aveva liquidato con poche parole, appagata come il nano di De Andrè, di essere arrivata così in alto da poter dividere il giusto dall’ingiusto: «…a modo mio!».

Era forse giusto addossarmi la colpa che la cooperativa era fallita e le procedure di acquisto dell’immobile si trascinavano da oltre dieci anni? Era forse ingiusto che per motivi di lavoro, mi ero dovuto trasferire in altri comuni, pur continuando a possedere quella casa da oltre trent’anni?

Secondo lei: «No». Ma le nuove norme parlavano chiaro e la richiesta di residenza non poteva essere accettata.

Dalle sue parole, sembrava fossi sbarcato il giorno prima da un barcone. Si era vantata di essere finita sui giornali per aver negato la residenza a una famiglia con padre invalido, moglie con handicap, e una figlia con una grave malattia, perché abitavano, in fitto, una casa in attesa di condono. Dopo l’articolo aveva ricevuto molte pressioni, ma lei, risoluta, non aveva ceduto. Perché lei era una donna tutta d’un pezzo!

Mi sarebbe perciò toccato aspettare altri trenta giorni per ricevere una raccomandata, all’indirizzo per cui chiedevo di riavere la residenza, per scoprire se la “rilettura della circolare” o “la telefonata in prefettura”, mi avrebbero concesso di rientrare legittimamente in casa mia. Ma avevo capito di avere poche speranze. Un altro mese andato.

Quel: «…Ho deciso a modo mio!». Mi aveva lasciato basito. Un diritto legittimo sottoposto all’arbitrario potere di un’impiegata di funzione. Neppure il dirigente in capo volle commentare la decisione. La responsabile del procedimento era lei. Se avessi voluto, avrei potuto ricorrere alla magistratura ordinaria.

Sembrava che tutti se ne lavassero le mani. Avevo pensato di rivolgermi al Sindaco, ma per incontrarlo dovevo passare per la signora “tutta d’un pezzo”, che coordinava anche la sua segreteria. Una situazione che definire paradossale era un eufemismo.

Gli amici che mi avevano mandato dall’avvocato, dispiaciuti dalla venalità dimostrata da quello che proprio un amico non era mai stato, mi avevano dato un nuovo suggerimento: sottoporre la questione a un consigliere dell’opposizione. Ero perplesso, far transitare il sopruso su un diritto dalla politica, non mi sembrava una cosa ben fatta. D’altronde, per denunciarlo come immotivato, anche la politica poteva servire allo scopo. Accettai.

Lo incontrammo a un bar del centro. Dopo una ricca colazione, offerta naturalmente da me, tra i vari saluti che lanciava ai passanti e un occhio al cellulare, sembrò che prestasse attenzione, perché ad ogni passaggio del mio racconto annuiva gravemente, gesticolando con gli occhi e le mani, quasi fosse disturbato dal dover ascoltare una simile vicenda. Quando terminai, chiuse gli occhi pensieroso, trasse dalla tasca il cellulare e visto che aveva la batteria scarica, mi chiese di usare il mio per fare qualche telefonata, allo scopo. Si allontanò e dopo una buona mezz’ora tornò con l’espressione del viso sofferta.

Poi, con un sorriso, mi assicurò che non dovevo preoccuparmi. L’avrebbe fatta saltare dalla sedia quella impiegatuccia. Non appena mi sarebbe arrivata la lettera, dovevo fargliela recapitare e ci avrebbe pensato lui. Timidamente gli dissi che quella del primo diniego l’avevo già, ma lui replicò, che tutto partiva da ora, il passato era passato. Annuii senza controbattere, ma ero certo di aver fatto un altro buco nell’acqua.

Qualche giorno dopo, mentre ero seduto allo stesso bar, accadde quello che mai mi sarei aspettato. Un giovanotto sui trent’anni, molto ben vestito, si avvicinò al tavolino dov’ero seduto e, con modi cortesi, mi chiese se potesse accomodarsi. Lo guardai cercando nella mia memoria, ormai molto andata, se fosse un viso conosciuto e, a scanso di equivoci, glielo chiesi. Con un sorriso malizioso il giovane scosse la testa e aggiunse: «Credo che però io le possa essere utile».

Rinculai il capo e aggrottai la fronte. «Riguarda quel suo problema con il Comune», aggiunse, aspettando che gli facessi un cenno di conferma per sedersi. Lo feci e chiesi: «In che senso, scusi?»

Tutte le volte che ripenso all’incontro con quel giovane non riesco a fare a meno di domandarmi se ho fatto davvero bene a tornare in questa Città, che non è neppure la mia città nativa, o non avrei fatto meglio a fuggire, come diceva Eduardo.

La residenza, indipendentemente dal secondo diniego, l’ho avuta. Come e perché è nelle parole che mi disse quel giovane.

«Ho avuto, causalmente, modo di ascoltarla mentre parlava con il consigliere del comune. Lei non lo sa ma la moglie di quel poco di buono, che non le risolverà il problema, ogni sera gli controlla il cellulare e somma i minuti delle telefonate con il traffico registrato per vedere se ci sono chiamate cancellate. Così ha ideato il trucchetto della batteria scarica per prendere i suoi appuntamenti amorosi, ormai lo sanno tutti, meno la moglie. Per quanto riguarda quella signora dell’ufficio, nessuno l’ostacolerà mai. Ha due figli, una è viceprefetto, l’altro e il comandante della locale stazione dei carabinieri. Perciò intoccabile dal potere, pena ispezioni e indagini. Fintanto non la metteranno in pensione lei non vedrà soddisfatto il suo diritto. Invece, se vuole, possiamo superare l’ostacolo con un procedimento legale e semplice. È le assicuro che non le costerà nulla».

Mentre continuavo a guardarlo con il sospetto di cadere in qualche truffa, lui riprese a parlare, sicuro che avrei accettato. Cosa che poi ho fatto, malvolentieri, ma nella disperazione di non poter accedere al servizio sanitario ordinario, molto importante alla mia età, ho dichiarato la mia débâcle.

«Vede, io faccio parte di una comunità che si prende cura delle persone meno abbienti, ospitandole nel caso non abbiano fissa dimora. Basterà che la inseriamo nella lista che mensilmente inviamo al comune perché le venga riconosciuta d’ufficio la residenza. In seguito, le basterà variare solo l’indirizzo e il gioco è fatto, se la signora in questione, dovesse, un giorno, scoprire l’arcano, non potrà fare nulla per invalidarla perché è tutto assolutamente lecito e regolare».

Non riuscivo a capacitarmi di come dicesse quelle cose con assoluta calma e tranquillità, fin quando non mi spiegò che far sparire e ricomparire persone era una parte del suo lavoro.

«Lei non immagina quanta gente ha bisogno di fuggire dal fisco, banche, finanziarie, tribunali e vuole sparire per qualche tempo. Noi li accogliamo e con il loro aiuto economico sosteniamo chi è davvero disperato. Per lei la storia è molto diversa, ma se anche lei, dopo, vorrà liberamente contribuire con qualche offerta, sappia che l’accetteremo con gioia».

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