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Nell’imbrunire della sera, un’ombra scura solcava da est a ovest l’orizzonte, dai contorni somigliava a un corvo. Lo scriba strinse gli occhi per osservare meglio e si domandò cosa ci facesse ancora in volo un uccello notoriamente diurno.

Mentre scrutava con curiosità l’animale che si stagliava netto tra i vertici delle piramidi in lontananza, dal piccolo giunco che teneva in mano, una goccia d’inchiostro cadde sul papiro appoggiato sulla tavoletta bloccata tra le cosce. Dalla cassettina dei suoi attrezzi prese velocemente un tampone di lino e cercò d’assorbire la goccia prima che si spandesse sul papiro.

Era stato un giorno molto faticoso e l’idea di dover ricopiare l’intero papiro a causa della goccia, lo aveva messo in ansia. Prese dell’altro lino, lo bagnò, e con esperti colpetti sul papiro, dissolse quello che restava della macchia. Per fortuna il resoconto sulla giornata del Faraone, non aveva subito danni. Decise che era ora di tagliare il vecchio pennellino e con sapienti morsicature modellarne uno nuovo. Lo avrebbe fatto l’indomani, ora poteva andare a dormire tranquillo.

Durante la notte venne svegliato da una guardia. Il Faraone lo aveva richiesto. Raccolse i suoi attrezzi e preceduto dalla guardia venne introdotto nella stanza del sovrano. La trovò molto affollata e la cosa lo stupì. C’era il Visir, alcuni governatori delle province dell’Alto Egitto e, seduto in catene in un angolo della stanza, un vecchio ricoperto di stracci che proveniva sicuramente dalle carceri e il cui fetore impestò subito le narici di Aenobi.

Il Visir gli si avvicinò e gli comandò di scrivere. Aenobi si sedette su uno sgabello, appoggiò gli attrezzi sul tavolo, distese un papiro e cominciò.

Quando, alla fine della discussione, rilesse quello che aveva scritto, alzò gli occhi verso il Faraone con un’espressione di grande meraviglia. Volgendo la testa intorno vide gli sguardi torvi dei presenti e subito la chinò sul papiro. A un cenno del Visir uscì, ripromettendosi di riparlarne con il Sovrano, nell’incontro pomeridiano per l’apposizione del sigillo reale sui papiri dei giorni passati.

Per il resto della notte non riuscì a prendere sonno, ancora scosso da quanto aveva sentito e scritto sotto dettatura.

Nei giorni seguenti il Sovrano non gli concesse udienza, e nei corridoi del palazzo cominciarono a circolare voci che riferivano che il vecchio incatenato, in gioventù fosse stato un sacerdote colpevole di aver giaciuto con una delle vergini del Tempio di Sethi I. L’accaduto creò un grande scalpore e l’uomo dovette fuggire in fretta e furia dall’Egitto. Ormai vecchio aveva deciso di tornare, sicuro che si fossero dimenticati di lui. Ma una sera, dopo aver gozzovigliato e bevuto in una taverna, si era lasciato andare ai ricordi e ubriaco, aveva rivelato chi fosse stato. Lo spirito di Sethi I, che lo aspettava da tempo, si era vendicato facendo capitare tra i presenti uno dei nipoti di quella vergine, sepolta viva a causa della sua colpa. Il giovane sentito il raccontò si avventò sul vecchio e stava per ucciderlo se non fossero intervenuti i soldati, che arrestarono entrambi. Quando gli chiesero perché fosse tornato, lui non rispose, ma promise che il giorno giusto l’avrebbe rivelato. Proprio in concomitanza con lo strano avvistamento del corvo, decise di parlare e, dichiaratosi un profeta, predisse che l’ultimo dei corvi a tre zampe, che, secondo lui, si era appalesato quella sera, avrebbe incendiato la terra d’Egitto, con il carro di fuoco della Dea Xihe, la madre del sole, in collera perché non la veneravano. Per questa la ragione si erano radunati tanti potenti accanto al Sovrano e si era deciso di placare l’ira della Dea, costruendo un nuovo tempio sulle rive del Nilo, dedicato a Aton, il Dio del sole.

Per lui non c’era nulla di nuovo, qualcosa però continuava a inquietarlo. Si chiedeva come avesse fatto il vecchio, da una segreta cui a stento filtrava un poco di luce da un buco sul soffitto, a vedere il corvo? Perché, poi, averlo visto di notte, avrebbe avuto un significato così infausto? Il corvo non rappresentava il sole? La vita, la prosperità dei raccolti? Come mai il Faraone non aveva ancora apposto il sigillo al papiro di quella notte, e il Visir dato il via agli architetti per la realizzazione dell’opera? Immaginò ci fosse dell’altro, che ancora non sapeva.

Finora Aenobi si era sempre tenuto a debita distanza dal potere, limitandosi a svolgere con scrupolo il suo lavoro, ma tutta questa storia non lo convinceva.

Quando, finalmente, il Faraone lo fece chiamare, si presentò carico di papiri, pronto all’operazione di rilettura e apposizione del sigillo reale. Come sempre, oltre ai due schiavi sordi - a garanzia che nessuno riportasse quanto detto dal sovrano -, c’era solo lui. Serviva il sovrano da oltre quindici anni è solo in quelle occasioni dialogava con lui, come mai avrebbe fatto in presenza di orecchie indiscrete.

«Aenobi» disse il re, guardandolo fisso negli occhi. «Non credi anche tu che il Visir stia diventando vecchio?» Non sapendo cosa rispondergli, Aenobi tacque.

«Come può» continuò il sovrano, «il sapiente tra i sapienti, farsi abbindolare da una leggenda proveniente dalla terra di Cina, dubitando che i nostri Dei insorgano contro coloro che minaccino il popolo consacrato a essi? Il visir punta all’impero! È lo vuole conquistare attraverso una nuova religione che sottometta i sacerdoti che gli sono ostili.»

Aenobi continuava a guardarlo senza capire.

«La scorsa notte ho sognato un corvo» riprese il Faraone, «che non aveva tre zampe, ma errava nelle campagne in cerca di qualcosa con cui nutrirsi. L’ho visto cadere e rialzarsi, e poi di nuovo cadere sfinito e affamato. Quel corvo aveva i mille volti dei miei sudditi. Non ci sarà nessun nuovo tempio al Dio sole, ma un nuovo Visir, più rispettoso del mio volere e vicino al popolo, troppo angustiato dalla corte. Ho deciso che il nuovo Visir sarai tu.»

Aenobi corrugò la fronte, spalancò gli occhi e la bocca, ma non riuscì a pronunciare neppure un suono. Era frastornato, impreparato ad ascoltare simili parole dal Faraone. Nella sua testa roteavano migliaia di pensieri, tutti concordi con la decisione di rimuovere il Visir, ma quella soluzione, non era neppure capace d’immaginarla.

«Prepara un papiro con la formula di ritiro dalla carica del Visir e un altro con quella della tua nomina. Con la levata di Sirio, saranno qui tutti i governatori delle province per conoscerti e ossequiarti. Non guardarmi spaventato, non sono impazzito e tu non sei il primo scriba a diventare Visir. Vai ora, lasciami pensare.»

Aenobi si alzò, raccolse in gran fretta le sue cose, stava per uscire, quando improvvisamente si fermò. Prese il pezzo di lino, con cui aveva tamponato la macchia d’inchiostro caduta sul papiro la sera dell’avvistamento del corvo, e disse: «Maestà, anch’io quella sera ho visto il corvo, ma il messaggio che mi ha lasciato non è stato di dolore, bensì di prosperità.» E dispiegando il lino, mostrò al Faraone l’immagine che si era formata con l’inchiostro: una spiga di grano rigogliosa.

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