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È successo quattro giorni fa.

Mio fratello ha pensato di non dirmi niente, fino a stamani, quando a mezza bocca, senza quasi guardarmi in faccia, ha esordito: «Papà è morto».

L’ho scrutato smarrita, avvertendo una leggera tachicardia. Non credevo possibile che l’arrivo di una così ovvia e naturale notizia, potesse crearmi un’emozione tanto forte e una sgradevole sensazione di lutto.

Tobia, il mio bastardino deve avere avvertito qualcosa di strano in me, perché ha sollevato la testa dal mio grembo, e mi ha fissato con uno sguardo triste. Ho allungato meccanicamente una mano e l’ho carezzato, quasi ad infondergli coraggio, mentre mio fratello, rialzando la testa ha incrociato il suo sguardo nel mio.

Quando ti viene il magone e senti gli occhi arrossarsi e gonfiarsi, pronti a zampillare in un pianto inaspettato, è perché sei ferita. Cerchi di reprimere quel dolore, che di fisico ha solo la spontanea contrazione di ogni più piccolo muscolo del corpo, serrando i denti e socchiudendo le palpebre a una fessura, tentando di ricacciare indietro le lacrime che non vuoi mostrare, per pudore, per paura del giudizio altrui, perché non sai se sia giusto o no versarle. Lacrime che vuoi tenere dentro di te, solo per te.

Con circospezione tiri su con il naso, come se volessi facilitare a quelle lacrime, trattenute a forza, il rientro nell’orbita oculare per farle scorrere invisibilmente nel tuo corpo attraverso la faringe, e perdersi definitivamente nello stomaco.

A mio fratello quei lunghissimi istanti di silenzio, che a me erano apparsi più rapidi di un pensiero, non erano sfuggiti, perché continuava a fissarmi senza parlare. Forse, ho pensato, perché deve aver reagito nella stessa maniera, quando l’hanno detto a lui.

Si è alzato dalla poltrona di fronte a me e dandomi le spalle, forse per permettermi di tamponare gli occhi inumiditi, ha detto di aver fatto appena in tempo a vederlo, prima che lo incenerissero.

Gli amici più stretti di nostro padre erano stati istruiti a dovere: “Quando morirò avvisate mio figlio, lui conosce le mie volontà. Nel caso non riusciate a comunicare con lui, sappiate che mio fratello e mia sorella sono anch’essi informati che il mio corpo deve essere cremato, le ceneri disperse dove vi pare, e che non voglio né preti né veglie. Tantomeno messe”.

Delle disposizioni da ateo convinto. Non a caso io e mio fratello non siamo stati battezzati alla nascita, nonostante i violenti anatemi lanciati per anni dalla nonna materna, che pure ci ha amato moltissimo.

Ricordo che quando decisi di fare la comunione, - perché la facevano tutte le mie amichette delle elementari -, la gioia di mia nonna, per essermi salvata dalla dannazione, fu incontenibile; e lo ero molto anch’io. Solo con la consapevole maturità a cui la vita ci sottopone, ho capito che era solo il naturale riverbero alla sua felicità.

Fino a quel momento ci aveva considerato più simili a degli animali che a cuccioli di Dio. Quando gli dissi che volevo fare la comunione, era convinta che le sue preghiere avevano fatto scendere sulla mia testa la mano protettiva di qualche angelo che mi aveva riportato sulla giusta via.

Povera nonna, morta quasi centenaria e con due soli rammarichi: non aver visto la figlia sposarsi davanti a Dio e non aver convinto mio fratello ad accettare la fede. Li viveva come un insulto alla sua cristiana dedizione verso la famiglia.

Come nostro padre prevedeva, contattare mio fratello era stata un’impresa.

Dopo aver trascorso il fine settimana in montagna, la del lunedì, si era deciso a richiamare uno dei numeri sconosciuti che l’avevano tampinato sul cellulare, per tutta la domenica. Conoscendolo non mi meravigliavo, faceva così anche con me e la mamma, che pure eravamo registrate nella rubrica del cellulare. Richiamava con tutta calma, a volte anche uno o due giorni dopo, dovevo dedurne che facesse così anche con lui.

Appena apprese la notizia che nello stesso giorno ci sarebbe stato l’incenerimento, era salito in auto e, alle quattro del pomeriggio, era arrivato di filato all’impianto di cremazione. Una corsa di ottocento chilometri, per vedere per pochi istanti un corpo in una bara, sparita poco dopo tra le fiamme.

Gli avevano hanno detto che era morto d’infarto durante la notte e, a giudizio del medico, non doveva essersi accorto di nulla. “È morto proprio come desiderava, avevano commentato i parenti e gli amici che aveva incontrato. Senza dolore, nel sonno. Quanti vorrebbero poter avere la stessa fortuna, invece di dover soffrire e patire prima di ricevere una morta liberatoria”.

Era stata la sua vicina di casa ad accorgersi che qualcosa non andava e si era rivolta a un altro vicino perché aprisse con lei la porta di casa, utilizzando il doppione delle chiavi che nostro padre gli aveva lasciato in custodia.

La nostra vicina. La ricordavo appena. Avevo sei, sette anni quando l’ho vista per l’ultima volta. Dopo la separazione, mamma era stata furiosa con lei, diceva che era stata una bugiarda, come lo erano state anche tutte le altre persone, che aveva creduto fossero degli amici sinceri, fidati e, invece, girando la testa dall’altra parte, non le avevano mai detto niente su quell’altra…, “la puttana”.

Se ci ripenso oggi, a trent’anni suonati, con tante esperienze di vita, tante mazzate ricevute e ricambiate, quella sua granitica certezza, mai suffragata da nessuna, seppure insignificante prova, di quanto ci ha testardamente inculcato negli anni - soprattutto a me -, mi lascia l’amaro in bocca.

Molte volte mi sono chiesta: “chi ha lasciato, chi”. La risposta che mi sono data allora, più scontata, più comoda è stata sempre: chi non è più presente, mi ha lasciato.

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