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Se potessi tornare indietro non avrei paura, perché quando ti viene la trasmetti ovunque e a chiunque. La paura limita i pensieri, i gesti delle mani, i percorsi che intraprendi, la ragione della tua stessa vita. La paura impone domande, chiede risposte, mentre tu aspetti sperando che passi.

Tornare indietro non significa ricominciare, neppure aggiustare qualcosa che ci sembra sbagliato. Solo i fatalisti non tornano mai indietro, perché credono che la loro vita sia stata tracciata e non potrà mai cambiare il loro destino. Bugiardi che vogliono indurre altri a non riflettere, a compiacersi di quanto accaduto, forgiando il futuro con i chiodi di una croce che non li riguarda, perché non è la loro croce.

Chi decide di tornare indietro vuole e spera di migliorare, di farlo per tempo, di riuscirvi per bene. Anche io ho deciso di farlo, cancellando la paura negli occhi di questa scultura, in cui non riconosco la mia mano d’artista.

In questo caso tornare indietro significherebbe distruggerla e dimenticarla, affinché l’inconscio non mi riproponga le parti migliori, quelle più riuscite.

È difficile tornare indietro pensando di aver compreso quali sono stati gli errori che non vorresti ripetere; perché di errori, io, davvero non ne ho fatti.

Distruggerla, in fondo sarebbe la scelta migliore, che mi assolverebbe dall’averla realizzata. Una scelta di cui nessuno verrebbe mai a sapere, perché nessuno l’ha vista ancora.

Dovrei lavorare notte e giorno per fare in tempo, perché tutti aspettano di vederla; tutti sanno che la sto realizzando.

Se in quello sguardo fossi riuscito a mettere anche la speranza, oltre la paura, ora non sarei così tormentato. Invece, le mie mani hanno tracciato altre linee, altre forme, altre emozioni.

Eppure, ho visto tante foto, tanti visi, tanti corpi, tante mani protese verso l’alto nel disperato tentativo di raggiungere quella scaletta, che li avrebbe tratti in salvo, da quel mare in burrasca, dalla morte certa.

Mi è rimasto impresso solo quello sguardo, che attraverso gli occhi e quelle mani protese in avanti, chiedeva di continuare a vivere, di avere un futuro migliore.

Quella paura è stata parte di me, si è impossessata di me e non mi abbandona, neanche ora che è passato tanto tempo.

Quando mi chiesero di realizzare un’opera, che fosse di monito a chi ha paura dei disperati; che rischiano consapevoli di morire. Un’opera per chi non crede sia necessaria offrire un'altra possibilità di vita; avevo altre idee.

Invece, guardando quella foto, mi sono rivisto ragazzo e ho ricordato quando scappavo da Srebrenica con mio fratello, dopo che i soldati avevano massacrato la gente del mio quartiere. Ho ricordato quando lo catturarono e io, nascosto dentro un albero cavo, piangevo allungando le braccia verso di lui, che veniva trascinato su un camion.

Quel gesto, quello sguardo, quella paura, non cambieranno mai. Perché terrore e speranza sono scritti nello stesso modo, hanno lo stesso germe nativo.

Ho deciso, non la distruggerò, la lascerò così com’è, e se non la vorranno la terrò per me, affinché possa, guardandola, ricordare fino al mio ultimo giorno di vita, quanta paura vive nel mondo.

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