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La foto l’ho ritagliata dal giornale, insieme all’articolo titolato: baby killer in azione in pieno centro. Trenta righe che, sommariamente, descrivevano l’azione del giovane assassino.
Una notizia come un'altra, in una città abituata a quotidiane violenze e sopraffazioni.
Guardavo la foto ed io, che ero stato presente alla scena, avevo notato che la cura nel mettere in primo piano il ragazzo con il giubbetto rosso Ferrari che puntava la pistola, aveva cancellato ogni altro particolare.

Particolari che ricordavo bene perché si erano stampati nella mia mente: il tabellone pubblicitario alle spalle del giovane con la foto della famiglia felice del mulino bianco; i sacchetti dei rifiuti gettati alla rinfusa accanto ad un bidone della spazzatura stracolmo; lo scheletro di un vecchio motorino fissato con una catena a un palo del cartellone.
Particolari a cornice della foto fatti sparire con un taglio. Serviva solo quel viso e la pistola, nient’altro.
Ero a due metri da lui e l’ho visto estrarre la pistola dal giubbetto, senza emozione, sembrava l’avesse fatto altre volte, tante altre volte. Era calmo, le mascelle leggermente serrate, ma sicuro.
Gli occhi fissavano un punto davanti a lui, senza farsi distrarre dalla folla di persone che camminavano spedite alle sue spalle. Il suo bersaglio aveva fermato la potente moto proprio di fronte a lui e si stava togliendo il casco. Il ragazzo l’aveva riconosciuto e puntò la pistola.
Un colpo, poi un altro e un altro ancora, fermo il braccio disteso che impugnava con sicurezza l’arma. Impostata la postura sulle gambe rigidamente incollate al marciapiede.
Sembrava un sicario professionista; era solo un ragazzo che aveva spento una vita e suicidato la sua.
L’odore della polvere da sparo si diffuse in un attimo e mi salì nelle narici con una prepotenza simile alla violenza che si era appena consumata. L’emozione mi procurò nella bocca un sapore strano, mai provato fino allora, forse era il gusto della morte.
Le emozioni non sono come i colori di un caleidoscopio, simili certo, ma diversi nella formazione, non nascono da un gioco di figure geometriche sempre uguali nella forma nativa, sono il frutto di sensazioni sempre uniche e diverse le cui radici affondano nei nostri nervi, si nutrono della linfa trasportata dalle vene, vivono grazie all’energia prodotta da quel potente muscolo impiantato nel petto, e che chiamiamo cuore.
Sembrava un asiatico, di quelli adottati da bambino, gli occhi a mandorla, intenti a fissare con attenzione il bersaglio.
Ora di lui è rimasto un corpo senza vita accasciato con la testa su un sacchetto di rifiuti, sotto un cartellone della famiglia felice del mulino bianco.
Forse la sua doveva essere una prova d’iniziazione o più semplicemente l’avvio di un percorso di vita che pensava lo avrebbe portato lontano.
Forse pensava che in futuro sarebbe stato un capo, non immaginava che sarebbe diventato il contenuto di una bara senza nome.

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