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Il nuovo direttore è troppo, troppo invadente. Tra due giorni l’inserto deve essere pronto e non abbiamo ancora la copertina. Questo è il quarto numero che pubblichiamo sotto la sua direzione e fin da subito mi ha detto che vuole essere coinvolto anche nella scelta della foto.
È va bene, partecipiamo tutti; ma anche la mia proverbiale pazienza ha un limite. Più che il direttore dell’immagine, a volte mi sembra di essere tornato indietro negli anni, a quando ero un pischello e correvo su e giù tra l’archivio e la redazione alla ricerca della foto giusta o migliore.

Oggi, con la digitalizzazione, le cose sono diventate più semplici, inserisci dei tag e dall’archivio compaiono una gran quantità di foto da visionare a video, senza dover aprire un mare di scatole, scegliere tra decine di provini e infine recuperare il negativo da far stampare nelle giuste dimensioni.
A lui però non basta la simulazione a video, le vuole stampate su un facsimile della copertina. Dice che le vuole toccare, squadrarle da lontano, vederle sotto l’effetto della luce del sole; neppure dovessimo fare un almanacco e la copertina dover rappresentare quell’anno fino al successivo.
Ha un metodo tutto suo per decidere. Vuole che ogni giorno gli mostri cinque campioni, ne scegliamo uno e lo mettiamo da parte. Dice scegliamo, ma finora le ha sempre scelte lui. Quando provo a dire la mia, comincia un lungo soliloquio sul tema della settimana e sull’inadeguatezza della mia proposta.
Questa settimana il tema principale dell’inserto è il recente terremoto in centro Italia. Ci saranno articoli di geologi, ingegneri, urbanisti e varie testimonianze. I nostri inviati ci hanno sommerso di foto, in rete fanno a gara a pubblicare quella più strappalacrime. Lui ha detto che non vuole mostrare la distruzione, ma la decadenza. Io e i miei collaboratori ci siamo guardati alquanto perplessi, gli ho chiesto di chiarirci meglio cosa c’entrasse la decadenza con il terremoto e lui con un sorriso beffardo, non si è fatto pregare ed ha cominciato ad esporci il suo pensiero illuminato.
«La distruzione di un paese è sinonimo della decadenza» ha esordito «decadenza dei costumi, della storia; non importa quando forte sia la scossa, il risultato di un evento imprevedibile uccide e distrugge perché l’uomo tra conservazione e recupero, preferisce ricostruire ex novo, cancellando il tempo e mantenendo della storia solo dei cimeli. In questo modo trasforma la decadenza in un affare, in attesa di un nuovo evento che faccia ricominciare il ciclo: distruzione, ricostruzione. Se invece operasse per la conservazione, come per secoli hanno fatto i nostri avi, non ci sarebbe decadenza, ma solo ripristino. Ecco perché non voglio una copertina della memoria, ma di denuncia».
Avrei voluto rispondergli che molti di quei paesi rasi al suolo, erano stati oggetto d’imponenti lavori di recupero e conservazione, ma ero certo che avrebbe avanzato dubbi sui committenti e gli esecutori. Decisi di tagliare corto e gli proposi delle foto di interni decadenti. Mi sorrise soddisfatto, come un professore contento che i suoi alunni avessero capito la lezione.
Dopo il solito andirivieni quotidiano: mostra, scegli; ho messo sopra dei cavalletti le foto selezionate. Sono foto che rappresentano una cucina, un soggiorno, un grande salone di una casa nobiliare e il corridoio di una villa a più piani. Tutte rigorosamente decadenti.
Io avrei preferito mettere in copertina la foto di una scala meravigliosa, sia nell’architettura che nello sgargiante rosso pompeiano.
Pur non condividendo proprio nulla dell’illuminato pensiero del direttore, quell’immagine l’ho tenuta a portata di mano. Nel caso la scelta si fosse rivelata dubbia, l’avrei tirata fuori e l’avrei ammantata di una quantità di motivazioni, tutte convergenti verso il direttore-pensiero.
Non speravo accadesse. Invece, non appena vidi il suo sguardo titubante, decisi di passare all’azione. Tirai fuori la foto e dissi: «Questa scala bella e decadente, potrebbe indicare il futuro del genere umano. Mi ha riportato alla memoria Dante che attraverso una scala sale dagli inferi verso il cielo. Se la scala dovesse crollare, l’inferno si dividerebbe per sempre dal cielo e nessuno avrebbe più la possibilità del perdono celeste».
Mi vergognai di aver detto una simile scemenza e mi aspettavo una scrollata di testa da parte del direttore. Ormai era cosa fatta.
Lui mi fissò, guardò la foto, prese il telefono e disse al capo redattore dell’inserto, di organizzare per il pomeriggio un’intervista al Cardinale Arcuri, avrebbero parlato di decadenza e del perdono di Dio.
Lo squadrai e pensai che dovesse essere proprio matto. Lui si alzo dalla sua poltrona, girò intorno alla scrivania e avvicinandosi a me con la mano tesa e un gran sorriso, si complimentò dicendo che sapeva di potersi fidare di me e del mio acume, perché in fondo ci compensavamo.
Finalmente l’inserto uscì e nel giro di pochi giorni l’immagine della scala e l’intervista al Cardinale fecero il giro di tutti i network. Ognuno diceva la sua, elogiando o denigrando.
Solo io avevo altro a che pensare: era iniziata una nuova settimana e il mio tormentone lavorativo era ripreso uguale, uguale a prima. Speravo fossi stato io ad aver salito quella scala, invece, io ero rimasto a piano terra, mentre il direttore ne aveva scalata un’altra rampa.

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