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Era molto tempo che meditavo l’idea di cambiare compagnia di amici. Negli ultimi mesi, tra una scusa e l’altra, evitavo le serate in cui andavamo alla scoperta di nuovi ristoranti, ma più passava il tempo, più mi accorgevo che dovevo smettere del tutto di frequentarli.
Dovevo farlo per forza, non avevo nessuna colpa se il mio olfatto non distingueva gli odori, se il mio gusto non riusciva ad apprezzare i sapori. Mangiavo solo per alimentarmi, purtroppo! Era così da sempre e non potevo farci niente. Gli odori, per me, non avevano nessuna impronta.

Invece loro, ogni dannatissima volta che andavamo a cena, facevano quasi a gara: occhi chiusi, naso pronto, bocca aperta; ed erano capaci di elencare anche più di un odore e sapore che, misto ad altri, non capivo come diavolo facessero a distinguere e riconoscere.
All’inizio non m’importava molto; era un gioco cui non partecipavo; stop! Spesso mi divertivo a vedere chi tra loro avesse il migliore naso da cane da fiuto, e, in alcuni casi, addirittura tifavo come un ultras.
A me non importava nulla di cosa contenesse o com’era fatta quella pietanza. Certo il pollo, sapevo che era pollo perché lo vedevo, come per il pesce, la carne, la verdura. Del resto, disciolto nell’intingolo, che non si vedeva, non me ne importava un bel niente.
Ricordo che una volta, stanco di non essere considerato, barai. Avevo letto dal menù, mentre ero nascosto nel gabinetto, gli ingredienti del piatto che avevamo ordinato.
Quando lo servirono a tavola, alzai le mani per fermare l’attenzione su di me, mi precipitai ad assaggiarlo, e dopo aver fatto una scena da consumato attore, con uno schiocco delle labbra sentenziai: erba cipollina, carote rosse, eccetera, eccetera.
Quasi all’unisono quelle facce da schiaffi dei miei “amici”, si fecero scure, poi cominciarono a ridere prima sommessamente e infine fragorosamente. Li guardai inquieto non capendo il perché, poi, il più antipatico, puntandomi un dito inquisitore disse: Ma sei scemo? In primis queste sono barbabietole, per il resto ti assicuro che non hai indovinato neppure un ingrediente; escluso il tipo di pasta. Ero stato preso dall’emozione di voler fare bella figura e…, avevo fatto confusione con i nomi dei piatti.
Mi sbeffeggiarono per mesi, qualcuno arrivò a dubitare anche delle mie capacità amatorie; adducendo che anche nel sesso ci si nutre di odori e sapori.
Dopo quella magra figura decisi di allontanarmi del tutto dal gruppo, e mi convinsi ad andare di nuovo da un otorino. Lo avevo già fatto tante volte, e tutti mi avevano diagnosticato lo stesso problema: una grave forma di Iposmia congenita.
Quella volta decisi di affidarmi a Internet e dopo un’approfondita ricerca, scovai il suggerimento di un centro specialistico di eccellenza in Calabria. Dopo la visita mi confermarono la diagnosi, ma aggiunsero una soluzione, che nessuno mi aveva mai proposto: un intervento di ricostruzione e trapianto dei recettori dell’olfatto e gusto.
Dopo l’operazione affrontai un lungo periodo di rieducazione dei recettori e finalmente imparai a riconoscere gli odori e i sapori, tutti! Distintamente.
Prima del trapianto pensavo che il mio naso fosse come un buco nero in cui gli odori sparivano, dissolti senza pietà. Invece il mio naso era tutt’altro; un labirinto con la porta d’uscita crollata che immagazzinava tutto, senza poter trasmettere nulla verso il cervello.
La pallonata che avevo preso da bambino, aveva creato un effetto simile a un terremoto. Per anni avevo curato le difficoltà respiratorie con spray, medicamenti e infusioni.
Oggi, di mestiere, faccio il cuoco a domicilio. Ogni volta che qualcuno mi chiama per farsi preparare una cena per una festa o un evento, chiedo di poter fare un sopralluogo. Tutti pensano che voglia vedere la cucina, invece, vado in giro per le stanze ad annusare.
Scoprire gli odori e i colori con cui convivono i padroni di casa, induce la mia fantasia a creare menù tutt’uno con l’habitat naturale in cui saranno serviti.
A distanza di tanti anni vorrei ringraziare quel ragazzo, di cui non ricordo più il nome, che mi ruppe il setto nasale, e quegli amici che mi prendevano in giro; perché devo a loro il mio successo.

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