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È successo quattro giorni fa.

Mio fratello non mi ha detto niente, fino a stamani quando ha esordito: «Papà è morto».

Mio padre viveva al sud. Noi ci eravamo trasferiti al nord, per coronare il sogno professionale di mia madre. Avevano deciso che avrebbe fatto il pendolare, fintanto non gli sarebbe stato possibile raggiungerci. Poi con l’improvvisa separazione, lui è rimasto al sud.

Non sapevo fosse malato. L’ho guardato smarrita, avvertendo una leggera tachicardia e un nodo in gola.

Quando qualcosa ti ferisce senti gli occhi arrossarsi e gonfiarsi, pronti a zampillare in un pianto inaspettato. Tiri su con il naso, tentando di nascondere quelle lacrime che non vuoi svelare, perché non sai se sia giusto o no versarle, per paura del giudizio altrui.

Mai avrei immaginato, però, che all’arrivo di una notizia, così naturale, potessi riceverne un’emozione tanto forte da farmi avvertire la sgradevole sensazione del lutto.

L’unica volta che ricordo d’averla provata è stata alla morte di mia nonna.

Non saprei giudicare se è proprio lo stesso turbamento. Mia nonna materna era gravemente ammalata, non ci riconosceva più, la fatidica telefonata era attesa.

Quando è morta, ho pianto pensando che era circondata da ombre di cui ignorava l’appartenenza. Morire con la demenza è il peggior modo di chiudere la vita. Forse assai peggio di un male che ti fa cercare nella morte, combattuta strenuamente, l’unica forma di liberazione dalla carne martoriata.

Per mio padre, no. Senza notizie è stato un fulmine a ciel sereno. Un cielo dove la sua stella si era ormai confusa tra le altre, impedendomi d’individuarne dei riferimenti certi. Nel firmamento del mio orizzonte, era una stella spentasi da tempo.

Com’è strana la vita, mentre cresci sembra ti manchi la libertà, quando credi di averla conquistata, basta un nonnulla per metterla in crisi. Allora, pensi che il mondo, con la sua confusione, il suo rumore, la sua inopportunità, difetti sempre.

 

Da quando mi sono trasferita in città per fare l’università, io è mio fratello ci vediamo poco; le nostre strade si sono naturalmente separate.

Quando mi ha telefonato, chiedendomi se avessi qualche impegno, gli ho detto subito di no, ma ho ripensato al tono della sua voce; era alquanto incerto, come se avesse sperato gli dicessi che sì, ero impegnata.

Mio fratello, sollevando la testa, ha incrociato lo sguardo nel mio. Si è alzato dalla poltrona e dandomi le spalle, ha detto di non aver fatto in tempo a vederlo, prima che lo incenerissero. Gli amici erano stati istruiti a dovere: «Quando morirò avvisate mio figlio, lui conosce le mie volontà. Anche i sopravvissuti della mia famiglia d’origine sanno che il mio corpo deve essere cremato, le ceneri disperse e che non voglio né preti né veglie. Tantomeno messe».

Mentre lo ascoltavo ho sorriso: delle disposizioni da vero ateo. Non a caso io e mio fratello non siamo stati battezzati alla nascita, nonostante i violenti anatemi lanciati per anni dalla nonna.

Ricordo che quando decisi di voler fare la comunione, come tutte le mie amichette delle elementari, la sua gioia, per essermi salvata dalla dannazione, fu incontenibile. Mi abbracciò, felice che le sue preghiere avessero fatto scendere dal cielo la mano protettiva di qualche angelo, che mi aveva riportato sulla giusta via.

Fino a quel momento, pur amandoci molto, ci aveva considerato più simili a degli animali che ad esseri umani.

Povera nonna, morta quasi centenaria e certamente, con due soli rammarichi: non aver visto la figlia sposarsi davanti a Dio; e non aver convinto mio fratello ad accettare la fede.

Li aveva vissuti come un insulto alla sua cristiana dedizione verso la famiglia.

Solo con la consapevole maturità, ho compreso che non m’importava nulla della comunione, della religione, delle preghiere verso un Dio onnisciente, onnipresente, eppure così poco misericordioso verso le sofferenze umane. Allora, mi sentivo solo isolata nella mia evoluzione sociale e non volevo più esserlo; è quella era l’unica maniera per essere accolta.

Invece, mio padre, per non permettere a nessuno di violare il suo corpo, facendone ciò che non avrebbe voluto, aveva lasciato scritto l’ultimo, legittimo riguardo che gli premeva fosse fatto al suo Essere. Ai più sarà apparso un capriccio antireligioso: quale importanza poteva più avere il corpo una volta che si è morti.

Lui, invece, no. È non riesco a dargli torto, nel voler essere lui, l’unico a decidere di come doveva scomparire il Suo corpo.

 

Era morto nella notte tra sabato e domenica.

Come aveva previsto, contattare mio fratello era stata un’impresa. Conoscendolo non mi meravigliava. Se non avesse potuto rispondere subito, richiamava con calma, a volte anche uno o due giorni dopo. Faceva così con noi; dovevo dedurne facesse così anche con lui.

Aveva lasciato scritto di avvisare mio fratello. Non mi aveva associato alla necessità di esserne informata.

Ricordo che quando nell’annuale lettera in cui gli scrivevo dei progressi negli studi e delle tasse universitarie da pagare, gli dissi di aver avuto un infortunio, mi rispose di non averlo saputo, rammaricandosi che “la mia premurosa famiglia”, così avevo scritto io, riferendomi a mia madre e mio fratello, evidentemente, non lo avevano ritenuto necessario.

Considerando la qualità dei rapporti che avevamo avuto, cos’altro potevo aspettarmi. Forse anche lui mi aveva cancellato dal suo firmamento.

Per anni avevo rifiutato ogni sua richiesta d’incontro, ma in quella circostanza mi sembrava innaturale non mi avesse menzionata.

 

Appena aveva appreso la notizia, mio fratello era saltato in auto e in tardo pomeriggio, era arrivato all’impianto di cremazione.

«È morto come desiderava» avevano commentato amici e parenti, «senza dolore, nel sonno. Quanti vorrebbero poter avere la stessa fortuna, invece di dover soffrire e patire».

Era stata la sua vicina a scoprirlo. Aveva bussato alla porta senza ricevere risposta. Dopo, aveva notato l’auto ferma nel parcheggio del condominio e l’aveva chiamato sul cellulare, sentendolo squillare all’interno dell’appartamento, da cui non rispondeva.

Quando l’anno seguente alla separazione, una conoscente molto prodiga nel mettere discordia riportò a mia madre che lui frequentava un’altra donna e, a sentire lei, la conoscesse da tempo, mamma divenne furiosa. Telefonò alla vicina accusandola, al pari di quelli che avevano girato la testa dall’altra parte, di non averla informata per tempo “sulla puttana”.

Oggi, con tante batoste ricevute e ricambiate negli affetti, quella sua granitica certezza sul tradimento di mio padre, mai suffragata, mi lascia l’amaro in bocca.

Per anni mi ha testardamente inculcato una verità da “parte lesa”.

Molte volte mi sono chiesta: chi ha lasciato, chi.

La risposta che mi sono data allora, la più scontata, la più comoda, è stata sempre: chi non è più presente, ci ha lasciato.

 

«L’urna con le ceneri è nel mio garage».

Ho corrugato la fronte, pensavo di non aver capito. Lui indispettito e quasi scandendo la frase, ha ripetuto: «L’urna con le ceneri di nostro padre, è nel mio garage. Non ho avuto il coraggio di portarmela in casa, la vuoi tenere tu?» Visibilmente irritato dall’espressione del mio viso.

«Io? È perché?» Gli ho risposto, gesticolando con energia.

«Credi sia stata una gita andare a farsi consegnare le ceneri di nostro padre. Nostro padre, cazzo! Che tu lo voglia o no, i figli, sono composti da due indissolubili frammenti di DNA biologico. Credi non mi sia accorto dei tuoi occhi arrossati, quando te l’ho detto?»

Alquanto piccata della puntualizzazione, gli ho risposto a brutto muso: «È ti sembra strana la mia reazione?»

«Assolutamente no, ma vorrei da te maggiore trasparenza. Insomma, abbiamo perso per sempre un pezzo delle nostre radici».

Stavo per rispondergli che quella radice l’avevo estirpata tanto tempo fa. Quando ho smesso di voler bene mio padre, ero certa che agivo nel giusto, ma ho preferito non replicare, avrei solo rivangato uno dei nostri innumerevoli litigi, sull’argomento e la persona.

Gli ho chiesto: «È ora cosa vuoi farne delle ceneri?»

«Come cosa voglio farne? Allora non mi hai ascoltato. Ha chiesto di disperderle. Ho pensato che almeno questo l’avremmo fatto insieme».

Sono rimasta in silenzio distogliendo lo sguardo. Avrei voluto del tempo per riflettere. Ero combattuta tra l’evidente tormento di mio fratello e l’idea che accettando di accompagnarlo, avrei cancellato d’emblée tutto il passato e, implicitamente, ammesso qualcosa che non intendevo ammettere.

«Ma lo diciamo anche alla mamma?». Gli ho domandato timorosa della scontata reazione di contrarietà di mia madre.

Lui ha allargato le braccia: «Possiamo non dirle nulla delle ceneri, ma che è morto dovremo dirglielo per forza».

Mio fratello è sempre stato pragmatico, diversamente da me.

«E quando vorresti farlo…, ma si può, cioè è legale farlo?» Gli ho lanciato una raffica di domande, il cui sordido scopo era convincerlo a mandarmi a quel paese e non coinvolgermi. Ma ero certa che non l’avrei spuntata.

Infatti, puntandomi un dito inquisitore mi ha posto il quesito di fondo della nostra conversazione: «Dimmi, se sei d’accordo a fare questa cosa con me».

Ho fissato quel suo dito che mi ha fatto balenare il pensiero che, forse, tergiversando ancora un po’, potevo riuscire a tirarmene fuori.

«Se devo essere sincera fino in fondo, parliamo di una persona che non ho rivisto per anni. E il pensiero delle sue ceneri al vento…, confesso mi fa alquanto strano. Ogni volta che sentirò soffiare il vento…».

Mio fratello ha lanciato grugniti e sbuffi dalle narici, come un toro che si prepara a incornare il torero che lo vuole blandire. È con misurata calma ha proseguito: «Quindi, preferisci non farlo».

Quel tollerante aggettivo “preferisci”, mi era sembrato più adatto, meno impegnativo. Ho azzardato un’espressione di conflitto, sperando fosse sufficiente a farlo desistere.

Ritraendo il dito inquisitore, ha concluso: «D’accordo! Lo farò da solo. Mi sarei aspettato, avrei preferito, una risposta diversa da te. Ma non voglio obbligarti».

Nei suoi occhi ho letto una mestizia che non mi sarei mai aspettata. Ero certa di averlo deluso. In fondo non mi aveva chiesto un impegno per la vita, ma di poche ore. Poi, ogni cosa sarebbe tornata al tran-tran regolare.

Non avevo voglia di decidere: mio padre era morto, punto. Le ceneri, avrebbe fatto meglio a disperderle laggiù, che portarle fin qui e sottopormi a questo angoscioso duetto.

Senza aggiungere altro, si è avvicinato, mi ha dato un bacio in fronte e si è diretto verso la porta.

Quando è uscito da casa, ho sentito il mondo diventare improvvisamente più piccolo. Mio padre non c’era più, mio fratello era disgustato per la mia decisione di non volerne condividere il lutto.

Avrei dovuto spiegargli meglio perché non me la sentivo. Quello in cenere, era sì mio padre, ma per me era pur sempre un ex padre.

Se non mi avesse fatto irrigidire con la pretesa di una risposta secca. Se mi avesse detto: “vorrei farlo tale giorno, in tale posto”, avrei avuto tempo per riflettere, semmai convincermi che aveva ragione lui. Che questa cosa andava fatta, da noi, come avrebbe voluto nostro padre. Insomma, la forzatura non l’ho gradita e mi sono rinserrata dietro delle squallide giustificazioni.

D’altronde era vero che non vedevo molta differenza tra un “padre morto” e un “padre sparito”.

In fondo m’importava più di mio fratello che di quanto restava di un uomo che avevo chiamato papà, fino all’età di sei anni.

Capivo il suo stato d’animo solo perché lui lo aveva vissuto più a lungo, aveva mantenuto i contatti.

Come dimenticare le litigate di quando mi diceva che sarebbe venuto a trovarlo e mi chiedeva se volessi incontrarlo anch’io.

Non pretenderà che dopo tanti anni, mi rivolti contro mia madre.

Crescendo ho anche capito che lei mi ha usata, me ne sono convinta, ma non me la sentivo di contraddirla. Ho preferito accettare l’idea che quello che doveva importarmi di più di mio padre, fosse che tenesse fede ai suoi impegni legali, ma continuasse a rimanere invisibile, per il mio, il nostro quieto vivere.

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