È successo quattro giorni fa.
Mio fratello ha deciso di non dirmi niente, fino a stamani, quando a mezza bocca, senza neppure guardarmi in faccia, ha esordito: «Papà è morto».
L’ho guardato smarrita, avvertendo una leggera tachicardia. Non sapevo fosse malato, mio fratello non mi ha detto mai niente sulle sue condizioni di salute; ma neppure io gli ho mai chiesto niente di lui.
Non avrei mai immaginato, però, che all’arrivo di una notizia, così ovvia e naturale, potessi riceverne un’emozione tanto forte da farmi avvertire la sgradevole sensazione di lutto.
L’unica volta che l’ho provata è stata alla morte di mia nonna, anche se da alcuni anni la vedevo sempre più raramente.
Non saprei dire se è stato proprio lo stesso turbamento. Mia nonna era gravemente ammalata, viveva da anni in una casa di riposo e non ci riconosceva più. Per lei mi aspettavo che da un momento all’altro avremmo ricevuto la fatidica telefonata.
Per mio padre, no. Senza notizie è stato un fulmine a ciel sereno. Un cielo dove la sua stella si era ormai confusa tra le altre, impedendomi di riconoscerla, d’individuarne dei riferimenti certi. Oppure, nel firmamento del mio orizzonte, era una stella spentasi da tempo.
Quando è morta lei, invece, ho pianto pensando che, seppure le fossimo stati vicini, durante il lento disfacimento del suo corpo, lei era morta sola, circondata da ombre che non sapeva a chi appartenessero o capire che un tempo, erano state parte della sua vita. Credo che morire con la demenza sia il modo peggiore di concludere la propria vita: forse assai peggio di un male che ti fa soffrire fino a desiderare la morte che hai combattuto strenuamente e alla lunga, diventa l’unica forma di liberazione del proprio spirito da un corpo martoriato dal male.
Tobia, il mio bastardino, in qualche modo deve avere avvertito la mia emozione, perché ha sollevato il muso dal mio grembo, e mi ha fissato con uno sguardo triste. Conosco bene le espressioni dei suoi occhi, per essere certa che fosse di tristezza. Ho allungato meccanicamente una mano e l’ho carezzato, quasi ad infondergli coraggio. Si è lasciato carezzare qualche istante, poi lentamente è sceso dal divano e si è accucciato sotto il tavolo, in una posizione e distanza tale da poterci osservare entrambi con un sol colpo d’occhi. Sembrava si fosse voluto elegantemente defilare dal contesto greve. Che essere meraviglioso il mio cane, discreto e presente.
Da quando mi sono trasferita in città per fare l’università, io è mio fratello ci siamo visti sempre più di rado. Le nostre strade si sono naturalmente divise e ognuno si è costruito il suo spazio in un mondo, che non sempre coincide con quello delle altre persone, anche le più care. Dopo che ho superato il test per l’accesso alla facoltà, i miei impegni sono aumentati e le occasioni d’incontrarci si sono fatte sempre più sporadiche, fino a diventare a mano a mano, limitate alle principali ricorrenze familiari.
Com’è strana la vita, mentre cresci ti sembra di avere sempre poca libertà, poi quando credi di averla conquistata, quasi fosse la pietra miliare del tuo confine dalla vita dagli altri, dove nessuno può entrare e uscire senza il tuo permesso, ti accorgi che basta un nonnulla per metterla in crisi. Un’esistenza che pensavi appagata e felice, si trasforma in una gabbia di solitudine. E allora, sembra che ti manchi il mondo, la sua confusione, il suo rumore, la sua inopportunità.
Quando ieri sera mi ha telefonato, chiedendomi se in mattinata avessi qualche impegno, ho pensato fosse per fare una delle sue solite apparizioni perché doveva seguire qualche lavoro o vedere qualche cliente nei dintorni. Io, in verità, avevo in programma di fare una passeggiata in centro, ma gli ho detto subito di no.
Certa di fargli una piacevole sorpresa mi sono messa a preparare dei biscotti allo zenzero che a lui piacciono tanto. Mentre impastavo il composto ho ripensato che il tono della sua voce durante tutta la telefonata era stato alquanto incerto, e mi risuonava in testa quella strana chiosa: «Ah, allora ci vediamo per le nove, ciao». Come se avesse sperato gli dicessi che sì, ero impegnata, rimandando l’incontro.
Di sicuro mi sbagliavo, quando è di corsa il mio fratellone è di poche parole.
Quando ti viene il magone e senti gli occhi arrossarsi e gonfiarsi, pronti a zampillare in un pianto inaspettato, è perché sei ferita. Cerchi di reprimere quel dolore, che di fisico ha solo la spontanea contrazione di ogni più piccolo muscolo del corpo, serrando i denti e socchiudendo le palpebre a una fessura, tentando di ricacciare indietro le lacrime che non vuoi mostrare, perché non sai se sia giusto o no versarle, per pudore, per paura del giudizio altrui. Lacrime che vuoi tenere dentro di te, solo per te.
Con circospezione tiri su con il naso, come se volessi facilitare a quelle lacrime, trattenute a forza, il rientro nell’orbita oculare per farle scorrere invisibilmente nel tuo corpo attraverso la faringe, e perdersi definitivamente nello stomaco.
Mio fratello, rialzando la testa, ha incrociato il suo sguardo nel mio.
Quei lunghissimi istanti di silenzio, che a me erano apparsi più rapidi di un pensiero, non gli erano sfuggiti perché ha continuato a fissarmi senza parlare. Forse perché, ho pensato, deve aver reagito nella stessa maniera, quando l’hanno detto a lui.
Si è alzato dalla poltrona di fronte a me e dandomi le spalle, forse per permettermi di tamponare gli occhi inumiditi, ha detto di aver fatto appena in tempo a vederlo, prima che lo incenerissero.
Gli amici più stretti di nostro padre erano stati istruiti a dovere: «Quando morirò avvisate mio figlio, lui conosce le mie volontà. Nel caso non riusciate a comunicare con lui, sappiate che i sopravvissuti della mia famiglia d’origine sono informati che il mio corpo deve essere cremato, le ceneri disperse dove vi pare, e che non voglio né preti né veglie. Tantomeno messe».
Mentre lo ascoltavo mi è venuto da sorridere: delle disposizioni da ateo convinto. Non a caso io e mio fratello non siamo stati battezzati alla nascita, nonostante i violenti anatemi lanciati per anni dalla nonna, che pure ci ha molto amato.
Ricordo che, quando decisi di voler fare la comunione, - perché la facevano tutte le mie amichette delle elementari -, la gioia di mia nonna, per essermi salvata dalla dannazione, fu incontenibile; e lo ero molto anch’io. Solo con la consapevole maturità, ho capito che era solo il naturale riverbero alla sua felicità. Non mi importava nulla della religione, del battesimo, delle preghiere verso un Dio onnisciente, onnipresente eppure così poco misericordioso verso le sofferenze umane: mi sentivo limitata nella mia evoluzione sociale e non volevo più esserlo. Se era quello il mezzo per essere accolta, lo avrei perseguito senza indugi.
Fino a quel momento ci aveva considerato più simili a degli animali che a cuccioli di Dio. Quando gli dissi che volevo fare la comunione, mi abbracciò, felice che le sue preghiere avessero fatto scendere sulla mia testa la mano protettiva di qualche angelo che mi aveva riportato sulla giusta via.
Povera nonna, morta quasi centenaria e, certamente, con due soli rammarichi: non aver visto la figlia sposarsi davanti a Dio; e non aver convinto mio fratello ad accettare la fede.
Li viveva come un insulto alla sua cristiana dedizione verso la famiglia.
Invece, mio padre, nel timore che una volta morto, la sua volontà non venisse rispettata, - cosa, aggiunse mio fratello, che le nostre cugine avevano puntualmente fatto, organizzando una messa in memoria del defunto -, aveva registrato il suo testamento biologico e fatta un’autocertificazione in cui indicava dettagliatamente le sue volontà sulle cose da farsi del suo cadavere.
Il Suo cadavere. Come dargli torto. Fintanto era stato in vita, del Suo corpo ne aveva disposto come meglio aveva creduto. Non permettere a nessuno di violarlo da cadavere, facendone ciò che lui non avrebbe voluto, era l’ultimo, legittimo riguardo che gli premeva fosse fatto al suo Essere. Ai più sarà apparso solo una fisima antireligiosa: quale importanza poteva più avere il proprio corpo una volta che si è morti. Invece, no! È Non riesco a dargli torto, nel voler essere solo lui a decidere di come doveva scomparire anche il Suo corpo, da questo mondo.
Era morto nella notte tra sabato e domenica.
Come nostro padre aveva previsto, contattare mio fratello era stata un’impresa. Dopo aver trascorso il fine settimana in montagna, solo il lunedì mattina decise di richiamare quei numeri che l’avevano tampinato, per tutta la domenica.
Conoscendolo non mi meravigliava. Faceva così anche con noi, che pure eravamo registrate nella rubrica del suo cellulare. Se non avesse potuto rispondere subito, richiamava con calma, a volte anche uno o due giorni dopo. Quindi, dovevo dedurne che facesse così anche con lui.
Aveva lasciato detto ad amici e parenti di avvisare solo mio fratello. Eppure, credo che tutti sapessero che aveva anche una figlia. Non tutti, ma i parenti di sicuro. Non mi aveva associato alla necessità di esserne informata. Forse avevano riportato le sue parole in modo incompleto? Era stata una dimenticanza di mio fratello, o era stato proprio lui a ritenere davvero inutile farlo? Ricordo che quando, nella lettera in cui lo informavo delle tasse universitarie da pagare, gli scrissi di aver avuto l’infortunio al piede, nella risposta mi disse di non averlo saputo, rammaricandosi che la mia famiglia, così avevo scritto io, riferendosi a mia madre e mio fratello, evidentemente non lo aveva ritenuto necessario.
Considerando la quantità e, soprattutto la qualità dei rapporti che avevo avuto con lui, dopo la separazione con la mamma, cos’altro potevo aspettarmi? Nei fatti avevo rifiutato per anni ogni suo tentativo d’incontro, di dialogo, ma in quella circostanza non mi sembrava naturale che nelle sue ultime volontà, non mi avesse menzionata. Oppure non l’aveva fatto perché anche lui mi aveva cancellato dalla sua vita?
Appena mio fratello aveva appreso la notizia, era salito in auto e in tardo pomeriggio, era arrivato all’impianto di cremazione. Aveva fatto una corsa per non riuscirne a vedere neppure il corpo in una bara, sparita tra le fiamme.
Gli avevano hanno detto che era morto d’infarto durante la notte e, a giudizio del medico, non doveva essersi accorto di nulla.
«È morto proprio come desiderava, avevano commentato i parenti e gli amici che aveva incontrato. Senza dolore, nel sonno. Quanti vorrebbero poter avere la stessa fortuna, invece di dover soffrire e patire prima di ricevere una morta liberatoria».
Era stata la sua vicina di casa ad accorgersi che qualcosa non andava. Aveva bussato alla porta, senza però ricevere risposta. Dopo qualche ora, aveva notato la sua auto ferma nel parcheggio di casa, e aveva deciso di chiamarlo sul cellulare, sentendolo chiaramente squillare all’interno dell’appartamento. Timorosa del peggio si era rivolta a un altro vicino perché aprisse con lei la porta di casa, utilizzando il doppione delle chiavi che aveva in custodia.
La nostra vicina. Non la ricordo più. Penso che avessi sei, sette anni l’ultima volta che l’ho vista. Quando l’anno seguente alla separazione, un’amica molto prodiga nel mettere zizzania spifferò a mia madre che mio padre frequentava un’altra donna e che, a sentire lei, la conoscesse da tempo, mamma divenne furiosa. Le telefonò urlandole che era stata sempre una bugiarda, al pari di tutti quelli che avevano girato la testa dall’altra parte e non le avevano mai detto niente su quell’altra…, “la puttana”.
Se ci ripenso oggi, a trent’anni suonati, con tante esperienze di vita passate, tante mazzate ricevute e ricambiate negli affetti, quella sua granitica certezza sul tradimento di mio padre, mai però suffragata da nessuna, seppure insignificante prova, mi lascia l’amaro in bocca. Per anni ci ha testardamente inculcato - soprattutto a me -, una verità da “parte lesa”.
Ho sempre pensato che avesse più ragione mio padre, quando mi scrisse che quella malefica amica di mia madre, con quella delazione infondata voleva solo vendicarsi del marito che l’aveva lasciata perché aveva una relazione con una parente di lei, da cui erano nati addirittura due figli.
E che avesse ragione anche sui motivi che l’avevano indotto a non accettare di cancellare quanto era successo, proprio perché era successo.
Molte volte mi sono chiesta: “chi ha lasciato, chi”. La risposta che mi sono data allora, la più scontata, la più comoda è stata sempre: chi non è più presente, mi ha lasciato.
«L’urna con le ceneri di nostro padre, è nel mio garage».
Ho corrugato la fronte chiedendogli di ripetere, perché pensavo di non aver capito. Lui mi ha guardata, stavolta indispettito e, quasi scandendo la frase, ha ripetuto: «L’urna con le ceneri di nostro padre, è nel mio garage. Non ho avuto il coraggio di portarmela in casa».
L’ho guardato sorpresa, come se vedessi un imponente elefante fuggire a rotta di collo di fronte a un insignificante topolino. Come poteva un omaccione di quasi due metri, con una presenza statuaria e imponenti muscoli, dichiarare tanto candidamente di aver paura di un mucchietto di cenere.
«La vuoi tenere tu?» Mi ha domandato in tono provocatorio e visibilmente irritato dall’espressione quasi ridanciana del mio viso.
«Io? È perché?» Gli ho risposto, gesticolando con energia.
Tobia, che intanto aveva rinunciato alla sua postazione, tornando a distendersi più comodamente sulle mie gambe, scosso dai miei movimenti, ha riaperto gli occhi e mi ha lanciato un’occhiata infastidita.
«Credi sia stata una bella gita andare fin laggiù per farsi consegnare le ceneri di nostro padre. Nostro padre! Piccola. Che tu lo voglia o no, i figli, e anche tu, sono composti da due indissolubili frammenti di DNA dell’uno e dell’altro genitore biologico. Credi che non mi sia accorto dei tuoi occhi arrossati, quando te l’ho detto?»
«È ti sembra strana la mia reazione?» Gli ho risposto alquanto piccata della sua puntualizzazione.
«Assolutamente no, ma vorrei da te maggiore trasparenza. Insomma, abbiamo perso per sempre un pezzo delle nostre radici».
Stavo per rispondergli che quella radice l’avevo sotterrata tanto tempo fa.
Quando ho smesso di voler vedere mio padre, ero certa che agivo nel giusto. Era lui che ci aveva abbandonati. Ma ho preferito non replicare, la concitazione delle sue parole avrebbe solo rinnovato uno dei nostri, tanti, innumerevoli litigi, sull’argomento e la persona.
Gli ho chiesto, invece: «È ora cosa vuoi farne delle ceneri?»
«Come cosa voglio farne? Allora non mi hai ascoltato. Ha chiesto di disperderle. Ho pensato che l’avremmo fatto insieme, almeno questo».
L’ho guardato accarezzando la testa di Tobia che ha riaperto gli occhi e mi ha guardato meravigliato per la mia azione, simile a un gesto antistress.
Sono rimasta in silenzio per un tempo lunghissimo, avrei voluto riflettere sulla risposta da dargli, ma non ci riuscivo. Ero combattuta tra l’evidente tristezza di mio fratello e l’idea che accettando di accompagnarlo, avrei cancellato d’emblée tutto il passato e, implicitamente, ammesso qualcosa che non intendevo ammettere.
«Ma lo diciamo anche alla mamma?». Gli ho domandato timorosa della scontata reazione di contrarietà di mia madre, se l’avesse saputo.
Mio fratello ha grugnito e allargando le braccia ha detto: «Possiamo non dirle nulla delle ceneri, ma che è morto dovremo dirglielo per forza.
Mio fratello è sempre stato molto pragmatico, diversamente da me.
«E quando vorresti farla la dispersione? Ma si può? Cioè, è legale farlo?» Gli ho lanciato una raffica di domande, il cui sordido scopo era farlo arrabbiare per convincerlo a mandarmi a quel paese e non coinvolgermi. Ma ero certa che non l’avrei spuntata. Infatti, invece di rispondere alle mie domande, mi ha posto il quesito di fondo della nostra conversazione:
«Dimmi esplicitamente se sei d’accordo a fare questa cosa insieme a me». Ha continuato, puntandomi un dito inquisitore.
Ho fissato quel suo dito che mi ha fatto balenare il pensiero che, forse, tergiversando ancora un po’, potevo riuscire a tirarmene fuori.
«Se devo essere sincera fino in fondo», gli ho risposto tentennando con la voce, «parliamo di una persona che non ho rivisto per oltre trent’anni. E il pensiero delle sue ceneri al vento…. Confesso che mi fa alquanto strano».
Mio fratello ha lanciato altri grugniti e sbuffi dalle narici, come un toro che si prepara a incornare il torero che lo vuole blandire con un falso sorriso. È con misurata calma ha proseguito:
«Quindi, preferisci non farlo».
Quel tollerante aggettivo “preferisci”, mi era sembrato più adatto, meno impegnativo. Ho azzardato un timido cenno di assenso con la testa, sperando fosse sufficiente a farlo desistere.
Ritraendo il dito inquisitore, con voce amareggiata, ha concluso: «D’accordo! Allora lo farò da solo. Mi sarei aspettato, anzi avrei preferito, una risposta diversa da te. Ma fa lo stesso, non voglio obbligarti a fare una cosa che non ti senti di fare».
Nei suoi occhi ho letto una mestizia che non mi sarei mai aspettata. Ero certa di averlo molto deluso. In fondo non mi aveva chiesto un impegno per la vita, ma di poche ore. Poi ogni cosa sarebbe tornata al tran-tran regolare.
Ma non avevo voglia di decidere. Mio padre era morto, punto. Le ceneri avrebbero fatto meglio a disperderle i suoi familiari nativi laggiù, che portarle fino a qui e sottopormi a questo angoscioso duetto tra il fare e il non fare.
Prima di andare via, ha raccolto una borsa da terra, l’ha aperta, ne ha estratto un contenitore di documenti, e da questo una corposa cartellina gialla che ha poggiato pesantemente sul tavolino davanti alle poltrone. Sembrava aver fatto un gioco di scatole cinesi e infine estratto la sorpresa per me.
«Cos’è?» gli ho domandato allungando il collo verso il tavolino.
Mentre richiudeva la borsa, con tono seccato ha detto: «Oltre l’abbigliamento che ho fatto portare alla Caritas, lo striminzito arredo della casa di cui si occuperanno gli zii, ho trovato solo queste carte. Nostro padre digitalizzava tutto e aveva diversi cloud su cui teneva gli archivi. Ho sempre tenuto la password del cloud principale su cui sono custoditi i dati per accedere a tutto. Queste sono le uniche carte che non ha digitalizzato. Non so dirti perché non l’abbia fatto, ma da una veloce lettura ho pensato che potrebbero interessarti e ho deciso di portartele. Fanne quello che vuoi, per me è storia nota».
Senza aggiungere altro, si è avvicinato, mi ha dato un bacio in fronte e si è diretto verso la porta di casa.
Quando ha richiuso la porta alle sue spalle, ho sentito il mondo intorno a me diventare improvvisamente più piccolo. Mio padre non c’era più, mio fratello mi aveva mostrato, senza mezzi termini, il suo disgusto per la mia decisione di non voler condividere con lui quel lutto.
Avrei dovuto parlargli più a lungo, spiegargli meglio perché non me la sentivo. Quello in cenere, era sì mio padre, ma per me era stato pur sempre un padre lontano.
Se mio fratello non mi avesse fatto irrigidire con la stupida pretesa di una risposta secca, forse avrei potuto fargli capire come mi sentivo davvero; quale battaglia si stava svolgendo nel mio intimo. Se mi avesse detto: “vorrei farlo in tale giorno, in tale posto”, avrei avuto tempo per riflettere, semmai per convincermi che aveva ragione lui, che quella cosa andava fatta come voleva lui. Insomma, quella forzatura: “prendere o lasciare”, non l’ho per niente gradita e mi sono rinserrata dietro delle squallide giustificazioni.
D’altronde era vero che non vedevo molta differenza tra un “padre morto” e un “padre sparito”.
In fondo m’importava più di mio fratello che di quanto restava di un uomo che avevo chiamato papà, fino all’età di sette anni.
Capivo il suo stato d’animo solo perché lui lo aveva vissuto più a lungo, avevano mantenuto i contatti, si erano visti spesso.
Come dimenticare le litigate che ci siamo fatti, quando mi diceva che sarebbe venuto a trovarlo e mi chiedeva se volessi incontrarlo anch’io.
Mi ha lasciato di proposito questa cartellina, che contiene sicuramente qualcosa che dovrebbe, secondo lui, farmi riflettere. Su cosa poi! Quello che è fatto è fatto. Non pretenderà che dopo tanti anni, mi rivolti contro mia madre.
Crescendo ho anche capito che lei mi ha usata, me ne sono convinta, ma non me la sentivo di tornare indietro. Ho preferito accettare l’idea che quello che doveva importarmi di più di mio padre, fosse che tenesse fede ai suoi impegni legali, ma continuasse a rimanere invisibile, per il mio, il nostro quieto vivere.
Mio padre è morto
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- Scritto da Vincenzo Di Giacomo
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